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L’indice di Giovanni Battista

II domenica del tempo ordinario

1Sam 3,3-10.19; Sal 40 (39); 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

 

Stando alla lettera del quarto Vangelo Giovanni Battista non compie alcun gesto per additare Gesù, fissa solo lo sguardo su di lui e ripete la frase già pronunciata il giorno prima: «Ecco l’agnello di Dio» (Gv 1,36; cf. 1,29). Tuttavia nell’iconografia la figura del Precursore più volte è caratterizzata proprio dall’indice. Il gesto è però raffigurato in maniere molto diverse; un conto è il dito del Giovanni giovane nel quadro di Leonardo, tutt’altro quello dipinto (nello stesso giro di anni) da Matthias Grünewald per l’altare di Isenheim. In esso Giovanni Battista è collocato in modo anacronistico in una scena di crocifissione. Al centro c’è Gesù in croce, alla sua destra Maria, Giovanni evangelista che la sorregge e una piccola Maria Maddalena; la sinistra è invece tutta occupata da Giovanni Battista, raffigurato con in mano un libro aperto e ai piedi un agnello, ritto anche se sgozzato, il cui sangue, uscendo dal petto, è raccolto in un calice.

Tra le sei figure la più sorprendente è quella del Battista. Essa non compare di norma nelle crocifissioni. La ragione dell’assenza è intuibile: il Precursore fu ucciso all’inizio dell’attività pubblica di Gesù (cf. Mt 14,1-11); all’epoca della crocifissione era quindi morto da tempo. La sua presenza è irrealistica e perciò dotata di valori simbolici. Nella pala quanto colpisce, fin dal primo sguardo, in Giovanni Battista è lo sproporzionato indice della mano destra proteso in direzione del Crocifisso: siamo di fronte a un gesto che si trasforma in testimonianza. Nel momento supremo il Battista indica a tutti la realizzazione di quanto aveva detto ai suoi discepoli: «Ecco l’agnello di Dio!» (Gv 1,29.36).

Nell’altare di Isenheim, per comprendere la testimonianza di Giovanni Battista, si deve far riferimento, oltre che al dito proteso, ad altri tre elementi propri di questa figura: il libro, la scritta che si legge tra il volto e la mano di Giovanni, e appunto l’agnello. Il libro, secondo la consueta interpretazione iconografica cristiana, rappresenta l’Antico Testamento, le cui profezie si sono realizzate in Gesù.

Il carattere della testimonianza di Giovanni Battista si fa più preciso guardando alla scritta dipinta tra il volto e la mano protesa. Non si tratta, come ci si potrebbe attendere, di «Ecco l’agnello di Dio». Le parole sono altre: «Illum oportet crescere, me autem minui» («Egli deve crescere e io invece diminuire», Gv 3,30). Accurati studi hanno posto in luce la molteplice simbologia dell’altare, a cui non è estranea neppure la suggestiva costatazione che la festa di san Giovanni Battista cade il 24 giugno, subito dopo il solstizio d’estate; da allora in poi i dì diminuiscono fino a giungere a Natale, pochissimi giorni dopo il solstizio d’inverno, quando le ore di luce iniziano ad allungarsi: il primo dunque diminuisce, mentre Gesù, il sole destinato a splendere sul mondo, comincia a crescere (cf. Agostino Sermones, 287,4).

Nel quarto Vangelo il Battista non battezza Gesù, lo indica attraverso parole trascritte dall’iconografia in un linguaggio gestuale. Nella vita comune il gesto di additare contraddistingue, per lo più, una mancanza di rispetto e, nei casi più gravi, è segno di ludibrio e di disprezzo. In Giovanni è tutto il contrario. Ciò, in un certo senso, può avvenire anche in ciascuno di noi se assumiamo la logica di diminuire in favore di colui che additiamo come esempio.

Nel Vangelo si tratta però di molto di più che un esempio da imitare: Giovanni attesta il compito peculiare dell’agnello, il solo capace di togliere il peccato del mondo. Nel farlo accetta che i propri discepoli lo lascino per andare da chi è più grande (Gv 1,37). Per i suoi seguaci è giunto il tempo di diventare discepoli del Messia (cf. Gv 1,40-41). Lui diminuisce affinché l’«altro» cresca. Quello del Battista è un indice umile, che prolunga la propria testimonianza oltre la sua morte per giungere fino ai piedi della croce.

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