b
Blog

Se non cambia con la vita, la liturgia diventa un teatrino

Nei giorni di Pasqua l’impatto dell’emergenza sanitaria sulla preghiera della Chiesa ha portato più che mai allo scoperto le difficoltà nella ricezione della riforma liturgica. Papa Francesco, con la preghiera nella grande piazza deserta e la Via crucis, ha smosso scenari ormai irrimediabilmente superati.

Mai, forse, la liturgia è al centro dell’attenzione – e non soltanto di quella dei credenti – come durante la settimana santa. In particolare, poi, durante il triduo pasquale. Quest’anno la situazione drammaticamente inedita che da quasi due mesi ha stravolto i nostri usi e costumi, inoculando paura e incertezza nelle vene del nostro quotidiano, ha fatto implodere i già stanchi “equilibri liturgici” che garantivano che tutto si ripetesse in modo sempre meccanicamente uguale. Che poi le chiese fossero sempre più vuote sembrava poco rilevante.

Se mai questa prova così dolente avrà qualcosa da dire alle chiese, la riflessione dovrà partire proprio dalla liturgia. Non è un caso, d’altra parte, che il primo documento del concilio Vaticano II sia quello che riguarda la riforma liturgica. Né è un caso che in questi mesi, in cui tutti siamo stati travolti dalla pesantezza dell’imponderabile, abbiamo visto accadere di tutto proprio riguardo alla liturgia. A ulteriore testimonianza di quanto da tempo, in realtà, era chiaro, e cioè che per la Chiesa cattolica, purtroppo, l’esperienza liturgica si riduce esclusivamente alla celebrazione della messa. Soprattutto, però, a testimonianza di come l’ostinata resistenza alla ricezione del Vaticano II e alle sue aspettative ecclesiologiche riguardo ai ministeri e all’ecumenismo si rifletta pesantemente nell’incapacità di coniugare lex orandi e lex credendi all’interno dei tempi e degli spazi della città secolare.   

Non è questo il luogo per esaminare perché la Chiesa cattolica faccia tanta fatica a lasciarsi alle spalle la forma di Chiesa costantiniana e il modello liturgico tridentino e abbia pervicacemente preferito mondanizzarsi piuttosto che riformarsi. Basti dire che mai come ora essa appare ancora arroccata, dal punto di vista delle istituzioni, in un’interpretazione del non prevalebunt evangelico a dir poco puerile e paralizzata dal rifiuto di dare ascolto a quei teologi coraggiosi e lungimiranti che, da tempo, avevano indicato le strade da percorrere per aprirsi al futuro.    

È su questo sfondo che Francesco ha preso su di sé, durante la quaresima e soprattutto durante il triduo pasquale, tutto il peso di una liturgia ormai messa di fronte alle sue responsabilità. La sua figura è stata dominante. Certamente, in virtù del verticistico centralismo romano sostenuto dalla potenza di fuoco comunicativa del Vaticano, ma anche grazie alla sua personale caratura spirituale. Ne ha dato conferma il patetico tentativo di imitazione da parte di vescovi che, dopo aver rispolverato piviali e mitrie dell’epoca della lotta per le investiture, hanno cercato anche loro di calcare la scena, ma con poca fortuna. Da Roma, invece, Francesco non ha parlato al mondo, ma ha parlato con il mondo, e i suoi gesti, seppur a volte non del tutto scevri da rievocazioni medievali, sono però riusciti a dare corpo allo psicodramma nel quale l’intero pianeta è piombato negli ultimi mesi.

Va detto che non tutti i credenti, infatti, hanno ancora acquisito la capacità di (o sono nella situazione adatta per) mettere in pratica le diverse indicazioni offerte dalle chiese locali per diventare soggetti in grado di celebrare la Pasqua nelle proprie case e con le proprie famiglie. E così per tre volte papa Francesco ha dovuto riempiere l’enorme vuoto di una basilica di San Pietro e infondere vita alla inerte teatralità di una celebrazione eucaristica fatta di troppi oggetti, di troppi movimenti e di troppe riverenze. Se non ci fosse stato il respiro di un papa, anziano e affaticato ma indomito, la scena sarebbe stata surreale, una sorta di teatrino in cui uno sparuto manipolo di “soldatini di stagno”, rispettosi del distanziamento sociale, ma rigorosamente schierati in ordine gerarchico pretendevano di rappresentare l’intero corpo ecclesiale. Per fortuna, per Francesco celebrare significa pregare con intensità ed egli riesce così a coinvolgere non solo gli astanti, ma anche i milioni e milioni presenti solo virtualmente. Francesco riesce a essere televisivo senza utilizzare stratagemmi scenografici e, anzi, rende sbiadita e perfino un po’ ridicola qualsiasi scenografia. Imprime infatti alla celebrazione eucaristica il carattere di una spiritualità robusta, quella ignaziana, per la quale la profonda devozione individuale non scade mai in forme di insano pietismo. Il tono delle sue parole, ma anche quello del suo silenzio fanno sì che nessuno possa semplicemente assistere, ma che ciascuno si senta chiamato a partecipare.

Per due volte, poi, lo sterminato popolo virtuale che ha preso parte alle celebrazioni del papa ha fatto esperienza della possibilità di uscire dal tempio e di trasformare la piazza in luogo di una celebrazione liturgica che non fosse la messa. Finalmente, liturgia e vita si sono saldate insieme, non artificialmente, come nelle preghiere dei fedeli precotte che vengono “recitate” con meccanica ripetitività, ma lasciando che la vita irrompesse nella preghiera, anzi, che la preghiera scaturisse dalla vita.

Indicendo il 27 marzo un lungo momento di preghiera dal respiro planetario, il papa gesuita non ha preteso di riempire il vuoto di una piazza San Pietro ma ha fatto percepire l’assenza di tutti come la presenza di ciascuno, lo ha reso così luogo abitato nel quale raccogliere l’angoscia del mondo e dal quale innalzare la preghiera di supplica. La sera del venerdì santo, poi, Francesco non ha “presieduto”, ma ha partecipato alla Via crucis, assommando nella sua figura tutti i credenti e non credenti che da tempo ormai hanno imparato a rivivere l’antica pratica devozionale. Lo ha fatto dando finalmente la parola a coloro che, in un sotterraneo della storia come il carcere, vivono cammini di dolore e di speranza in carne e sangue, cammini che, come i salmi biblici, sono già di per sé preghiera. E all’autorità di quelle parole, finalmente non “prestate”, Francesco non ha voluto aggiungere nessun’altra parola: con quel suo silenzio ha compiuto con autorevolezza magisteriale un gesto di cui, non a caso, si ha paura di parlare, perché mette radicalmente in discussione quell’uso/abuso della parola tipicamente clericale durante le nostre liturgie.

Le nostre nonne dicevano che Dio manda il freddo secondo i panni ma, forse, si può anche dire che Dio manda i panni secondo il freddo: a una chiesa cattolica che da troppo tempo ormai vive celebrazioni imbalsamate un anziano papa gesuita sta suggerendo che può ripartire solo dalla vita: se spegne la vita dentro formule e riverenze, la liturgia perde la sua funzione originaria e la sua forza originante.

Commenti

  • 06/05/2020 Roberto Palazzo

    Grazie infinite prof. ssa Marinella. Condivido ogni tua parola. La liturgia dovrebbe sempre servire la vita, quella concreta, reale, così com'è. Mai servirsi autoreferenzialmente della vita - e del tempo - della gente per alimentare circuiti di potere bastanti a se stessi.

  • 30/04/2020 A. L.

    Analisi perfetta, descrizione di un Papa che è entrato realmente nella vita di ognuno, un Papa che non si scandalizza di fronte alla novità ma entra nella novità e vi partecipa, un Papa che ha capito quanto importante è rivestire la Chiesa con abiti nuovi, abiti candidi e profumati, niente maschere che ci confondono ma che ci proteggono proprio come in questo triste momento.

  • 30/04/2020 Euridice

    Papa Francesco è un grande Papa, è la guida spirituale di tutta la cristianita’ che ci regala un grande insegnamento : “E’ tempo di separare ciò che è superfluo da ciò che non lo è”.

  • 28/04/2020 Rita Bolzonetti

    E' sempre un piacere leggere le analisi molto profonde di Marinella Perroni!! Grazie

  • 28/04/2020 Agnès

    A conferma del frequente scollegamento fra vita e liturgia c'è l'assenza quasi totale di donne sul palcoscenico del "teatrino", benché costituiscano più della metà dei credenti. Agnès

  • 25/04/2020 Barbara

    Grazie! Penso che la Chiesa abbia bisogno di fare più silenzio per mettersi in ascolto anche di chi, per il bene della Chiesa, è più aperto al futuro. Questo tempo può renderci -TUTTI- credenti più consapevoli, se non avremo paura di lasciarci istruire da esso. E’ il Papa stesso ad averci insegnato come fare discernimento. Innanzitutto accogliendo la realtà tutta intera, senza scartare ciò che a priori non ci aggrada o non collima perfettamente con i nostri schemi mentali. Questo vuol dire “almeno” riuscire a considerare che non tutto nelle nostre chiese e nella nostra Chiesa vada bene così come è, ma che un tempo pur tanto doloroso può essere il travaglio di un parto nuovo. Occorre però grande libertà interiore per far questo. In questi giorni il Vangelo ci proponeva il dialogo notturno di Gesù con Nicodemo. Forse si potrebbe “ascoltarlo” alla luce della situazione che vive oggi la Chiesa. Questa sospensione della liturgia e lo stare nelle nostre case, avendo molto più tempo da dedicare alla preghiera, alla meditazione della Parola, ad approfondire i temi che più ci stanno a cuore, o più semplicemente a riflettere, all'intimità con il Signore, non valgono solo per una parte della chiesa rappresentata dai fedeli. E’ un vuoto liturgico che dovrebbe essere profondamente “accolto” e “ letto” nel suo senso più autentico anche dai nostri pastori, i quali dovrebbero guidare noi. Ma chi guida loro? Si lasciano a loro volta guidare dal soffio dello Spirito? E qui penso ancora alla presunzione di conoscenza “indefettibile” che impedisce a Nicodemo di capire che cosa Gesù gli sta dicendo. Lei ha perfettamente ragione nel chiamare “teatrino” quello a cui assistiamo nelle chiese, diventato ogni giorno più finto. La vita ha sempre la meglio sulla finzione e l’ipocrisia. E così ciò che non è autentico, ciò che non riesce più a parlare alla vita personale, peggio ancora se stride con il proprio Battesimo, diventa non solo poco rilevante, ma letteralmente insopportabile. Abbiamo incentrato tutto sulla Messa. E sarebbe giusto in ragione della sua centralità per la vita ecclesiale. Purchè però la faccia crescere! Se deve esserci un tempo e uno spazio dedicati alla liturgia, non è per renderla “ immune” dalla nostra ferialità né per congelare ( con la conseguenza inevitabile di “raggelare”) a sua volta la stessa vita cristiana nel suo accadere e progredire. Al contrario: dalla liturgia celebrata dovrebbe sgorgare la vita nuova e cambiamento continuo nel nostro vivere come corpo ecclesiale. Invece tutto rimane rigidamente bloccato e per questo la vita liturgica si spegne. Eppure il suo fine è farci vivere o almeno assaporare la bellezza della liturgia celeste! Il paradosso è che quando si contempla “la Città futura”, assale lo sgomento nel prendere coscienza di come la Chiesa compia ogni sforzo per tenersi ben distanziata da essa, verso la quale è nondimeno incamminata. In questo sì, sembrerebbe davvero maestra. Ma, in fondo, se desideriamo inoculare la vita nelle nostre liturgie non è perché diventiamo noi stessi, con la nostra vita nel Signore risorto, l’unico vero “segno”? L’unica, autentica e insostituibile liturgia? Come si legge in Sacrosanctum Concilium (2) : «la liturgia, mentre ogni giorno edifica quelli che sono nella Chiesa per farne un tempio santo nel Signore, un'abitazione di Dio nello Spirito [3], fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo [4] , nello stesso tempo e in modo mirabile fortifica le loro energie perché possano predicare il Cristo». Credo che il tempo attuale voglia richiamarci proprio a questo. Sono sempre più convinta che la riforma della Chiesa, se veramente la si ama, dovrebbe costituire l’impegno irrinunciabile di ogni credente. Altrimenti facciamo l’errore della primitiva comunità cristiana che, pensando vicina la venuta del Signore, tralasciavano completamente tutto ciò che riguardava la Chiesa “pellegrina” nel mondo. Molto si è fatto per rendere il suo cammino più deciso, ma molto anche per ostacolarlo imbrigliando e così, in sostanza, tradendo lo Spirito del Concilio. Cerchiamo di tenere la rotta, con più risolutezza che mai. La bussola ce l’abbiamo ed è rappresentata dal Vaticano II e dalle sue costituzioni. Soprattutto, dal suo Spirito. Barbara

  • 22/04/2020 Silvia Frattini

    Le omelie di papa Francesco le trovo bellissime e profondissime, mi piace il respiro e lo sguardo ecumenico delle sue iniziative volte a trovare unità e pace tra le diverse confessioni. Riguardo alla liturgia trovo obsoleto l'uso del latino, non comprensibile ai più, e lo dico da conoscitrice del latino, troppo ieratico e distaccato dal presente. Mi sono piaciuti invece tantissimo i canti anche in latino. Mi piacerebbe più semplicità e più sobrietà anche nei paramenti di cui comunque riconosco la tradizione e i significati.

  • 22/04/2020 E. B.

    "Se non cambia la vita la liturgia è un teatrino". Quindi il Sacrificio di Cristo per noi sulla Croce è un teatrino? Cosa conta di più nella liturgia? Quello che fa Lui o quello che facciamo noi? "La sua figura è stata dominante" ma chi c'è al centro della liturgia? Il papa o Dio? Riconciliatevi con il passato e non giudicate il presente con tracotanza.

  • 22/04/2020 Diego

    Magnifico! Analisi lucida e profonda, forse troppo lucida e troppo profonda per essere colta nella sua essenza dalla maggior parte del clero, ma confido sui pochi preti che la sottoscrivono, da loro e con loro ripartiremo.

  • 21/04/2020 Brigida Pesce

    Sono d'accordo quasi con tutto! "Ascolto" la messa del papa da casa Marta tutti i giorni, e sono incantata dalle sue omelie, qualche volta ne ho cercato il testo e l'ho inviato a amiche interessate.

Lascia un commento

{{resultMessage}}