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Vita consacrata - Femminista? Sì, per una cultura di relazione

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica ricorda la Presentazione del Signore e dal 1997 dedica questa giornata alla vita consacrata. Una sorella, “monaca in una realtà mista”, riflette a partire dalla sua forma di vita sulle sfide ecclesiali non procrastinabili, attraversando senza timore femminismo e genere, abusi e possibili riscatti, frustrazioni e risorse. Parole libere e dirette: una spiritualità possibile.

 

La mia vita di battezzata si è risvegliata verso i 23 anni dopo la classica grande pausa iniziata con la cresima. Ho sentito un richiamo assai profondo che mi ha ridestato, anche un po’ brutalmente, lo spirito; ci ho messo del tempo a riorientarmi e a trovare che vivere la vita battesimale in una vita comune era la mia chiamata e la mia passione. Da trent’anni sono monaca in una piccola associazione, una realtà mista, e ho un fratello prete.

Essere una donna porta con sé tante questioni

In questi trent’anni alcuni travagli ecclesiali mi hanno fatto toccare con mano come essere una donna porti con sé tante questioni e tante difficoltà di disparità e d’ingiustizia; mi sono ritrovata dentro la questione femminile in modo cocente e serio. Anzi, sono stata costretta a scoprire che essere femminista ha un senso: dover lottare per essere riconosciute e rispettate nella propria alterità è questione assai viva e per niente lontana o passata. Questo mi ha inizialmente molto spiazzata e sorpresa, anche spaventata. Prima di allora avevo pensato ingenuamente che fosse naturale essere uomini e donne e che fosse immediato e spontaneo relazionarsi; oggi, dopo anni di vita comune mista con battaglie piccole e grandi e tanto lavoro relazionale, penso che sia la cosa più complessa, ma anche culturalmente intrigante, stimolante e affascinante che ci sia.

Certo rispetto agli anni ‘70 il contesto sociale è molto cambiato, le donne per certi aspetti si sono emancipate e sono più libere nella vita sociale, ma il lavoro di riflessione culturale e trasformazione è appena agli inizi. Il riacutizzarsi della violenza nei confronti delle donne, soprattutto nelle relazioni intime, grida qualcosa che va ascoltato con molta più attenzione. Con buona pace di chi pensa e dice che molto dipende dal fatto che le donne sono più libertine e irriverenti… dimenticando che in terre dove sono tutte velate e castigate vengono comunque normalmente stuprate, le donne! Ma i problemi delle relazioni tra uomini e donne non sono solo nelle situazioni di violenza estrema: sono ampi, profondi, trasversali a ogni ambiente, cultura e religione. Escludere, ignorare, non riconoscere, non condividere spazi di decisione, usare l’autorità per far tacere sono modi solo meno eclatanti di togliere di mezzo, sono un altro tipo di violenza, appartengono comunque alla stessa logica.

Il malessere nella e della Chiesa

Pian piano anche dentro la vita ecclesiale finalmente stanno venendo alla luce tanti malesseri che finora erano più taciuti. Quello che preme dietro alla denuncia delle deformazioni del clericalismo e del maschilismo, è la questione di come le donne possano essere non ospiti ma pienamente partecipi della vita ecclesiale anche a livello decisionale. Papa Francesco continua a richiamare il tema della presenza della donna, ma mi pare che i cambiamenti siano rari e lentissimi.

Dal basso però le cose si muovono. Le donne, che sono sempre in maggioranza nelle comunità e portano concretamente avanti le cose, hanno un malessere diffuso che le fa sentire frustrate e un po’ impotenti dentro una struttura in cui continuano a essere escluse da ogni spazio di decisione e di riflessione sui gravi problemi che ormai sono sotto gli occhi di tutti (abusi di potere, di coscienza…).

Una struttura fatta di uomini che per secoli non hanno ascoltato di un altro modo di sentire e recepire la vita, le questioni e Dio che parla, ovviamente ora che c’è urgente bisogno di farlo, non sa come si fa!

Ritengo che la plurisesecolare divisione in ambiti monosessuati abbia assai impoverito e irrigidito le umanità di tutti creando mondi paralleli anche se vivaci, impedendo la reciproca conoscenza in dinamiche di convivenza ordinarie (non valgono esempi di ambiti gestiti da uomini con le suore, in cui l’idea è quella di avere donne ammaestrate, relegate in appartamenti fatiscenti e nascosti e dedite ai servizi di cucina, cucito, pulizia, infermeria, pronte a sorrisi “sicuri”).

Secoli in posizione di subalternità e di marginalità forzata hanno d’altra parte fatto sentire fatalmente il loro peso anche su noi donne: siamo state messe a tacere spacciando quel silenzio per virtù, e ora che c’è bisogno di esprimere una parola pubblica ci ritroviamo spesso afone e insicure. Ovviamente ci sono state tante eccezioni, ma appunto, solo eccezioni. Il modo diffuso rimane quello di essere un po’ timide e vincolate da norme, regole e procedure che non lasciano spazi di manovra (ministeri blindati, clausure, abati a cui chiedere permessi, provinciali, congregazioni di vescovi che decidono su tutto…).

Insomma, la questione femminile è assai attuale e palpitante. Dovremmo essere capaci, come donne, di riprendere tanti temi femministi, decantati da faziosità e lotte di altra epoca, per coglierne le parti buone e sempre vive e vere.

Ricominciamo dall’alterità

Ma per far questo occorre anche uscire dal grande pregiudizio che fare spazio alle donne vuol dire “far entrare l’impurità, la tentazione e le streghe”. Occorre ricreare cultura, occorrono libertà ed onestà per cimentarsi nelle sfide poste dalle donne in modo aperto, curioso e positivo (senza cadere nella trappola che per aprire bocca ci vogliano necessariamente titoli accademici...!).

Abbiamo bisogno di approcci molto più relazionali per sostenere una ricerca insieme e ripartire con pazienza a tessere trame di scambio e condivisione nel rispetto e nel riconoscimento della radicale ed irriducibile alterità.

E se questo urge all’interno degli ambiti ecclesiali, avviene in un contesto sociale ormai fluido e quasi del tutto disinteressato al “duro” tema del maschile e femminile. Con tutta la delicatezza del caso, è assai auspicabile continuare ad approfondire la riflessione sul genere, che tra l’altro mi pare assai più diffusa da parte delle donne credenti, e dialogare su questo, per coglierne le profonde istanze che potrebbero apportare nelle nostre questioni un po’ di accelerazione.

Noi donne consideriamo incompleta e assai parziale una storia, una filosofia, una politica, una scienza medica, una teologia che si sono costituite, sempre, senza considerare la donna soggetto attivo.

 

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