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Documenti, 7/2018, 01/04/2018, pag. 203

Placuit Deo

Lettera su alcuni aspetti della salvezza cristiana

Congregazione per la dottrina della fede

La lettera Placuit Deo della Congregazione per la dottrina della fede, pubblicata il 1° marzo, intende «mettere in evidenza, nel solco della grande tradizione della fede e con particolare riferimento all’insegnamento di papa Francesco, alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali». Il documento, che è il primo della Congregazione a portare la firma del nuovo prefetto Luis Ladaria (entrato in carica lo scorso luglio), riprendendo il magistero di papa Francesco osserva come il mondo contemporaneo avverta con difficoltà la fede cristiana, e questo a causa di due tendenze in crescita tra i credenti, che non consentono di riconoscere nell’incarnazione del Verbo la via autentica per la redenzione umana. Si tratta dell’individualismo, che quasi come un neo-pelagianesimo «tende a vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze», e di un neo-gnosticismo che crede in «una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale… ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato». La Lettera ribadisce che «Cristo è salvatore in quanto ha assunto la nostra umanità integrale e ha vissuto una vita umana piena, in comunione con il Padre e con i fratelli. La salvezza consiste nell’incorporarci a questa sua vita, ricevendo il suo Spirito».

L’Osservatore romano 2.3.2018, 4-5.

Introduzione

     1. «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cf. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cf. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). (...) La profonda verità (...) su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione».[1] L’insegnamento sulla salvezza in Cristo esige di essere sempre nuovamente approfondito. Tenendo fisso lo sguardo sul Signore Gesù, la Chiesa si volge con amore materno a tutti gli uomini, per annunciare loro l’intero disegno d’alleanza del Padre che, mediante lo Spirito Santo, vuole «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose» (Ef 1,10). La presente Lettera intende mettere in evidenza, nel solco della grande tradizione della fede e con particolare riferimento all’insegnamento di papa Francesco, alcuni aspetti della salvezza cristiana che possono essere oggi difficili da comprendere a causa delle recenti trasformazioni culturali.

II. L’incidenza delle odierne trasformazioni culturali sul significato della salvezza cristiana

     2. Il mondo contemporaneo avverte non senza difficoltà la confessione di fede cristiana, che proclama Gesù unico salvatore di tutto l’uomo e dell’umanità intera (cf. At 4,12; Rm 3,23-24; 1Tm 2,4-5; Tt 2,11-15).[2] Da una parte, l’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue forze.[3] In questa visione, la figura di Cristo corrisponde più a un modello che ispira azioni generose, con le sue parole e i suoi gesti, che non a colui che trasforma la condizione umana, incorporandoci in una nuova esistenza riconciliata con il Padre e tra noi mediante lo Spirito (cf. 2Cor 5,19; Ef 2,18). D’altra parte, si diffonde la visione di una salvezza meramente interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato. Con questa prospettiva diviene difficile cogliere il senso dell’incarnazione del Verbo, per cui egli si è fatto membro della famiglia umana, assumendo la nostra carne e la nostra storia, per noi uomini e per la nostra salvezza.

     3. Il santo padre Francesco, nel suo magistero ordinario, ha fatto spesso riferimento a due tendenze che rappresentano le due deviazioni appena accennate e che assomigliano in taluni aspetti a due antiche eresie, il pelagianesimo e lo gnosticismo.[4] Nei nostri tempi prolifera un neo-pelagianesimo per cui l’individuo, radicalmente autonomo, pretende di salvare se stesso, senza riconoscere che egli dipende, nel più profondo del suo essere, da Dio e dagli altri. La salvezza si affida allora alle forze del singolo, oppure a delle strutture puramente umane, incapaci d’accogliere la novità dello Spirito di Dio.[5] Un certo neo-gnosticismo, dal canto suo, presenta una salvezza meramente interiore, rinchiusa nel soggettivismo.[6] Essa consiste nell’elevarsi «con l’intelletto al di là della carne di Gesù verso i misteri della divinità ignota».[7] Si pretende così di liberare la persona dal corpo e dal cosmo materiale, nei quali non si scoprono più le tracce della mano provvidente del Creatore, ma si vede solo una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo.[8] È chiaro, d’altronde, che la comparazione con le eresie pelagiana e gnostica intende solo evocare dei tratti generali comuni, senza entrare in giudizi sull’esatta natura degli antichi errori. Grande è, infatti, la differenza tra il contesto storico odierno secolarizzato e quello dei primi secoli cristiani, in cui queste eresie sono nate.[9] Tuttavia, in quanto lo gnosticismo e il pelagianesimo rappresentano pericoli perenni di fraintendimento della fede biblica, è possibile trovare una certa familiarità con i movimenti odierni appena descritti.

     4. Sia l’individualismo neo-pelagiano che il disprezzo neo-gnostico del corpo sfigurano la confessione di fede in Cristo, salvatore unico e universale. Come potrebbe Cristo mediare l’alleanza dell’intera famiglia umana, se l’uomo fosse un individuo isolato, il quale si autorealizza con le sole sue forze, come propone il neo-pelagianesimo? E come potrebbe arrivarci la salvezza mediante l’incarnazione di Gesù, la sua vita, morte e risurrezione nel suo vero corpo, se quel che conta fosse solo liberare l’interiorità dell’uomo dai limiti del corpo e dalla materia, secondo la visione neo-gnostica? Davanti a queste tendenze la presente Lettera vuole ribadire che la salvezza consiste nella nostra unione con Cristo, il quale, con la sua incarnazione, vita, morte e risurrezione, ha generato un nuovo ordine di relazioni con il Padre e tra gli uomini, e ci ha introdotto in quest’ordine grazie al dono del suo Spirito, affinché possiamo unirci al Padre come figli nel Figlio, e diventare un solo corpo nel «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29).

III. L’aspirazione umana alla salvezza

     5. L’uomo percepisce, direttamente o indirettamente, di essere un enigma: chi sono io che esisto, ma non ho in me il principio del mio esistere? Ogni persona, a suo modo, cerca la felicità, e tenta di conseguirla facendo ricorso alle risorse che ha a disposizione. Tuttavia, questa aspirazione universale non è necessariamente espressa o dichiarata; anzi, essa è più segreta e nascosta di quanto possa apparire, ed è pronta a rivelarsi dinanzi a particolari emergenze. Molto spesso essa coincide con la speranza della salute fisica, talvolta assume la forma dell’ansia per un maggior benessere economico, diffusamente si esprime mediante il bisogno di pace interiore e di una serena convivenza col prossimo. D’altra parte, mentre la domanda di salvezza si presenta come un impegno verso un bene maggiore, essa conserva anche il carattere di resistenza e di superamento del dolore. Alla lotta di conquista del bene si affianca la lotta di difesa dal male: dall’ignoranza e dall’errore, dalla fragilità e dalla debolezza, dalla malattia e dalla morte.

     6. Riguardo a queste aspirazioni la fede in Cristo ci insegna, rifiutando ogni pretesa di auto-realizzazione, che esse solo si possono compiere pienamente se Dio stesso lo rende possibile, attirandoci verso di sé. La salvezza piena della persona non consiste nelle cose che l’uomo potrebbe ottenere da sé, come il possesso o il benessere materiale, la scienza o la tecnica, il potere o l’influsso sugli altri, la buona fama o l’autocompiacimento.[10] Niente di creato può soddisfare del tutto l’uomo, perché Dio ci ha destinati alla comunione con lui e il nostro cuore sarà inquieto finché non riposi in lui.[11] «La vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina».[12] La rivelazione, in questo modo, non si limita ad annunciare la salvezza come risposta all’attesa contemporanea. «Se la redenzione, al contrario, dovesse essere giudicata o misurata secondo i bisogni esistenziali degli esseri umani, come si potrebbe evitare il sospetto di avere semplicemente creato un Dio redentore fatto a immagine del nostro bisogno?».[13]

     7. Inoltre è necessario affermare che, secondo la fede biblica, l’origine del male non si trova nel mondo materiale e corporeo, sperimentato come un limite o come una prigione dalla quale dovremmo essere salvati. Al contrario, la fede proclama che tutto il cosmo è buono, in quanto creato da Dio (cf. Gen 1,31; Sap 1,13-14; 1Tm 4,4), e che il male che più danneggia l’uomo è quello che procede dal suo cuore (cf. Mt 15,18-19; Gen 3,1-19). Peccando, l’uomo ha abbandonato la sorgente dell’amore, e si perde in forme spurie d’amore, che lo chiudono sempre di più in se stesso. È questa separazione da Dio – da colui che è fonte di comunione e di vita – che porta alla perdita dell’armonia tra gli uomini e degli uomini con il mondo, introducendo il dominio della disgregazione e della morte (cf. Rm 5,12). In conseguenza, la salvezza che la fede ci annuncia non riguarda soltanto la nostra interiorità, ma il nostro essere integrale. È tutta la persona, infatti, in corpo e anima, che è stata creata dall’amore di Dio a sua immagine e somiglianza, ed è chiamata a vivere in comunione con lui.

IV. Cristo, salvatore e salvezza

     8. In nessun momento del cammino dell’uomo Dio ha smesso di offrire la sua salvezza ai figli di Adamo (cf. Gen 3,15), stabilendo un’alleanza con tutti gli uomini in Noè (cf. Gen 9,9) e, più tardi, con Abramo e la sua discendenza (cf. Gen 15,18). La salvezza divina assume così l’ordine creaturale condiviso da tutti gli uomini e percorre il loro cammino concreto nella storia. Scegliendosi un popolo, al quale ha offerto i mezzi per lottare contro il peccato e per avvicinarsi a lui, Dio ha preparato la venuta di «un Salvatore potente, nella casa di Davide, suo servo» (Lc 1,69). Nella pienezza dei tempi, il Padre ha inviato al mondo suo Figlio, il quale ha annunciato il regno di Dio, guarendo ogni sorta di malattie (cf. Mt 4,23). Le guarigioni operate da Gesù, nelle quali si rendeva presente la provvidenza di Dio, erano un segno che rinviava alla sua persona, a colui che si è pienamente rivelato come Signore della vita e della morte nel suo evento pasquale. Secondo il Vangelo, la salvezza per tutti i popoli ha inizio con l’accoglienza di Gesù: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza» (Lc 19,9). La buona notizia della salvezza ha un nome e un volto: Gesù Cristo Figlio di Dio salvatore. «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva».[14]

     9. La fede cristiana, lungo la sua secolare tradizione, ha illustrato, mediante molteplici figure, quest’opera salvifica del Figlio incarnato. Lo ha fatto senza mai separare l’aspetto sanante della salvezza, per cui Cristo ci riscatta dal peccato, dall’aspetto elevante, per cui egli ci rende figli di Dio, partecipi della sua natura divina (cf. 2Pt 1,4). Considerando la prospettiva salvifica in senso discendente (a partire da Dio che viene a riscattare gli uomini), Gesù è illuminatore e rivelatore, redentore e liberatore, colui che divinizza l’uomo e lo giustifica. Assumendo la prospettiva ascendente (a partire dagli uomini che si rivolgono a Dio), egli è colui che, quale sommo sacerdote della nuova alleanza, offre al Padre, in nome degli uomini, il culto perfetto: si sacrifica, espia i peccati e rimane sempre vivo per intercedere a nostro favore. In questo modo appare, nella vita di Gesù, una mirabile sinergia dell’agire divino con l’agire umano, che mostra l’infondatezza della prospettiva individualista. Da una parte, infatti, il senso discendente testimonia la primazia assoluta dell’azione gratuita di Dio; l’umiltà di ricevere i doni di Dio, prima di ogni nostro operare, è essenziale per poter rispondere al suo amore salvifico. D’altra parte, il senso ascendente ci ricorda che, mediante l’agire pienamente umano del suo Figlio, il Padre ha voluto rigenerare il nostro agire, affinché, assimilati a Cristo, possiamo compiere «le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (Ef 2,10).

     10. È chiaro, inoltre, che la salvezza che Gesù ha portato nella sua stessa persona non avviene in modo soltanto interiore. Infatti, per poter comunicare a ogni persona la comunione salvifica con Dio, il Figlio si è fatto carne (cf. Gv 1,14). È proprio assumendo la carne (cf. Rm 8,3; Eb 2,14; 1Gv 4,2), nascendo da donna (cf. Gal 4,4), che «il Figlio di Dio si è fatto figlio dell’uomo»[15] e nostro fratello (cf. Eb 2,14). Così, in quanto egli è entrato a far parte della famiglia umana, «si è unito, in certo modo, a ogni uomo»[16] e ha stabilito un nuovo ordine di rapporti con Dio, suo Padre, e con tutti gli uomini, in cui possiamo essere incorporati per partecipare alla sua stessa vita. In conseguenza, l’assunzione della carne, lungi dal limitare l’azione salvifica di Cristo, gli permette di mediare in modo concreto la salvezza di Dio per tutti i figli di Adamo.

     11. In conclusione, per rispondere sia al riduzionismo individualista di tendenza pelagiana, sia a quello neo-gnostico che promette una liberazione meramente interiore, bisogna ricordare il modo in cui Gesù è salvatore. Egli non si è limitato a mostrarci la via per incontrare Dio, una via che potremmo poi percorrere per conto nostro, obbedendo alle sue parole e imitando il suo esempio. Cristo, piuttosto, per aprirci la porta della liberazione, è diventato egli stesso la via: «Io sono la via» (Gv 14,6).[17] Inoltre, questa via non è un percorso meramente interiore, al margine dei nostri rapporti con gli altri e con il mondo creato. Al contrario, Gesù ci ha donato una «via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso (...) la sua carne» (Eb 10,20). Insomma, Cristo è salvatore in quanto ha assunto la nostra umanità integrale e ha vissuto una vita umana piena, in comunione con il Padre e con i fratelli. La salvezza consiste nell’incorporarci a questa sua vita, ricevendo il suo Spirito (cf. 1Gv 4,13). Egli è diventato così, «in certo qual modo, il principio di ogni grazia secondo l’umanità».[18] Egli è, allo stesso tempo, il salvatore e la salvezza.

V. La salvezza nella Chiesa, corpo di Cristo

     12. Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rm 8,9). Comprendere questa mediazione salvifica della Chiesa è un aiuto essenziale per superare ogni tendenza riduzionista. La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa. Inoltre, dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti. Insomma, la mediazione salvifica della Chiesa, «sacramento universale di salvezza»,[19] ci assicura che la salvezza non consiste nell’auto-realizzazione dell’individuo isolato, e neppure nella sua fusione interiore con il divino, ma nell’incorporazione in una comunione di persone, che partecipa alla comunione della Trinità.

     13. Sia la visione individualistica sia quella meramente interiore della salvezza contraddicono anche l’economia sacramentale tramite la quale Dio ha voluto salvare la persona umana. La partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il battesimo è la porta,[20] e l’eucaristia la sorgente e il culmine.[21] Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il battesimo, il quale ci imprime il carattere indelebile dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa, da cui deriva la trasformazione del nostro modo concreto di vivere i rapporti con Dio, con gli uomini e con il creato (cf. Mt 28,19). Così, purificati dal peccato originale e da ogni peccato, siamo chiamati a una nuova esistenza conforme a Cristo (cf. Rm 6,4). Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute. Quando essi, peccando, abbandonano il loro amore per Cristo, possono essere reintrodotti, mediante il sacramento della penitenza, all’ordine di rapporti inaugurato da Gesù, per camminare come ha camminato lui (cf. 1Gv 2,6). In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rm 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46).

     14. L’economia salvifica sacramentale si oppone anche alle tendenze che propongono una salvezza meramente interiore. Lo gnosticismo, infatti, si associa a uno sguardo negativo sull’ordine creaturale, compreso come limitazione della libertà assoluta dello spirito umano. Di conseguenza, la salvezza è vista come liberazione dal corpo e dalle relazioni concrete in cui vive la persona. In quanto siamo salvati, invece, «per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo» (Eb 10,10; cf. Col 1,22), la vera salvezza, lungi dall’essere liberazione dal corpo, include anche la sua santificazione (cf. Rm 12,1). Il corpo umano è stato modellato da Dio, il quale ha inscritto in esso un linguaggio che invita la persona umana a riconoscere i doni del Creatore e a vivere in comunione con i fratelli.[22] Il Salvatore ha ristabilito e rinnovato, con la sua incarnazione e il suo mistero pasquale, questo linguaggio originario e ce lo ha comunicato nell’economia corporale dei sacramenti. Grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di Cristo e, in conseguenza, in fedeltà all’ordine concreto di rapporti che egli ci ha donato. Quest’ordine di rapporti richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di tutti gli uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali.[23]

VI. Conclusione: comunicare la fede, in attesa del Salvatore

     15. La consapevolezza della vita piena in cui Gesù salvatore ci introduce spinge i cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la luce del Vangelo.[24] In questo sforzo saranno anche pronti a stabilire un dialogo sincero e costruttivo con i credenti di altre religioni, nella fiducia che Dio può condurre verso la salvezza in Cristo «tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia».[25] Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa continua a invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella speranza siamo stati salvati» (Rm 8,24). La salvezza dell’uomo sarà compiuta solo quando, dopo aver vinto l’ultimo nemico, la morte (cf. 1Cor 15,26), parteciperemo compiutamente alla gloria di Gesù risorto, che porterà a pienezza la nostra relazione con Dio, con i fratelli e con tutto il creato. La salvezza integrale, dell’anima e del corpo, è il destino finale al quale Dio chiama tutti gli uomini. Fondati nella fede, sostenuti dalla speranza, operanti nella carità, sull’esempio di Maria, la madre del salvatore e la prima dei salvati, siamo certi che «la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21).

     Il sommo pontefice Francesco, in data 16 febbraio 2018, ha approvato questa Lettera, decisa nella Sessione plenaria di questa Congregazione il 24 gennaio 2018, e ne ha ordinato la pubblicazione.

     Dato a Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, il 22 febbraio 2018, Festa della cattedra di San Pietro.

 

@ Luis F. Ladaria SI,

arcivescovo titolare di Thibica,

prefetto

@ Giacomo Morandi,

arcivescovo titolare di Cerveteri,
segretario

 

[1] Concilio ecumenico Vaticano II, cost. dogm. Dei Verbum sulla divina rivelazione, n. 2; EV 1/873.

[2]Cf. Congregazione per la dottrina della fede, dich. Dominus Iesus circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, 6.8.2000, nn. 5-8: AAS 92(2000), 745-749; EV 19/1151-1162.

[3] Cf. Francesco, esort. apost. Evangelii gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, 24.11.2013, n. 67: AAS 105(2013), 1048; EV 29/2173.

[4] Cf. Id., lett. enc. Lumen fidei sulla fede, 29.6.2013, n. 47: AAS 105(2013), 586-587 (EV 29/1021-1024); Evangelii gaudium, nn. 93-94: AAS (2013), 1059 (EV 29/2199s); discorso Nella cupola ai rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze, 10.11.2015: AAS 107(2015), 1287 (EV 31/1842ss).

[5] Cf. Id., discorso Nella cupola: AAS 107(2015), 1288; EV 31/1845ss.

[6] Cf. Id., Evangelii gaudium, n. 94 (EV 29/2200): «Il fascino dello gnosticismo, una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti»; Pontificio consiglio della cultura – Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Gesù Cristo, portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul «New Age» (gennaio 2003), Città del Vaticano 2003.

[7] Francesco, lett. enc. Lumen fidei, n. 47; EV 29/1021-1024.

[8] Cf. Id., Discorso ai partecipanti al pellegrinaggio della diocesi di Brescia, 22.6.2013: AAS 105(2013), 627: «In questo mondo dove si nega l’uomo, dove si preferisce andare sulla strada dello gnosticismo, (...) del “niente carne” – un Dio che non si è fatto carne (...)».

[9] Secondo l’eresia pelagiana, sviluppatasi durante il secolo V intorno a Pelagio, l’uomo, per compiere i comandamenti di Dio ed essere salvato, ha bisogno della grazia solo come un aiuto esterno alla sua libertà (a modo di luce, esempio, forza), ma non come una sanazione e rigenerazione radicale della libertà, senza merito previo, affinché egli possa operare il bene e raggiungere la vita eterna. Più complesso è il movimento gnostico, sorto nei secoli I e II, e che conosce forme molto diverse tra di loro. In linea generale gli gnostici credevano che la salvezza si ottenesse attraverso una conoscenza esoterica o «gnosi». Tale gnosi rivela allo gnostico la sua vera essenza, vale a dire, una scintilla dello Spirito divino che abita nella sua interiorità, la quale deve essere liberata dal corpo, estraneo alla sua vera umanità. Solo in questo modo lo gnostico ritorna al suo essere originario in Dio, da cui si era allontanato per una caduta primordiale.

 

[10] Cf. Tommaso, Summa theologiae, I-II, q. 2.

[11] Cf. Agostino, Confessioni, I, 1: Corpus Christianorum, 27,1.

[12] Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes (GS) sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 22; EV 1/1385-1390.

[13] Commissione teologica internazionale, Alcune questioni sulla teologia della redenzione, 29.11.1994; Regno-doc. 3,1996,89.

[14] Benedetto XVI, lett. enc. Deus caritas est sull’amore cristiano, 25.12.2005, n. 1: AAS 98(2006), 217 (EV 23/1538-1540); cf. Francesco, Evangelii gaudium, n. 3: AAS 105(2013), 1020 (EV 29/2106).

[15] Ireneo, Adversus haereses, III, 19,1: Sources Chrétiennes, 211, 374.

[16]GS 22; EV 1/1385-1390.

[17] Cf. Agostino, Tractatus in Ioannem, 13, 4: Corpus Christianorum, 36, 132: «Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Se cerchi la verità segui la via; perché la via è lo stesso che la verità. La meta cui tendi e la via che devi percorrere, sono la stessa cosa. Non puoi giungere alla meta seguendo un’altra via; per altra via non puoi giungere a Cristo: a Cristo puoi giungere solo per mezzo di Cristo. In che senso arrivi a Cristo per mezzo di Cristo? Arrivi a Cristo Dio per mezzo di Cristo uomo; per mezzo del Verbo fatto carne arrivi al Verbo che era in principio Dio presso Dio».

[18] Tommaso, Quaestio de veritate, q. 29, a. 5, co.

[19] Vaticano II, costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, 21.11.1964, n. 48; EV 1/415-418.

[20] Cf. Tommaso, Summa theologiae, III, q. 63, a. 3.

[21] Cf. LG 11; EV 1/313-315; Vaticano II, cost. Sacrosanctum concilium sulla sacra liturgia, n. 10; EV 1/16-17.

[22] Cf. Francesco, lett. enc. Laudato si’ sulla cura della casa comune, 24.5.2015, n. 155: AAS 107(2015), 909-910; EV 31/735.

[23] Cf. Id., lett. apost. Misericordia et misera a conclusione del Giubileo straordinario della misericordia, 20.11.2016, n. 20: AAS 108(2016), 1325-1326; Regno-doc. 21,2016,657.

[24] Cf. Giovanni Paolo II, lett. enc. Redemptoris missio circa la permanente validità del mandato missionario, 7.12.1990, n. 40: AAS 83(1991), 287-288 (EV 12/630); Francesco, Evangelii gaudium, nn. 9-13: AAS 105(2013), 1022-1025 (EV 29/2113-2117).

[25]GS 22; EV 1/1385-1390.

Tipo Documento
Tema Santa Sede Teologia
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La forza della grazia. Sui divorziati risposati

Mons. G.L. Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede
I ripetuti appelli di papa Francesco alla centralità della misericordia nell’azione pastorale, l’indizione di un Sinodo dei vescovi straordinario sulla pastorale della famiglia per l’ottobre del 2014 e la pubblicazione di alcune linee guida da parte dell’Ufficio per la pastorale familiare della diocesi di Freiburg in Germania (cf. in questo numero a p. 631), hanno riportato con forza l’attenzione sul tema dell’accoglienza dei divorziati risposati nella Chiesa. Lo scorso 23 ottobre, L’Osservatore romano ha pubblicato un autorevole intervento sull’«indissolubilità del matrimonio e sui divorziati risposati e i sacramenti» del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, già comparso in tedesco lo scorso 15 giugno su Die Tagespost. Esso riprende nelle sue linee essenziali l’argomentazione di un saggio del 1998 dell’allora cardinale prefetto J. Ratzinger (cf. Regno-doc. 17,1999,551ss), e ribadisce – nella scansione sistematica Scrittura, Tradizione, magistero – «l’autentico insegnamento della Chiesa» in materia, affinché la cura pastorale possa essere «fondata sulla verità e sull’amore» e si possano individuare «le strade da percorrere e le forme più giuste».