D
Documenti
Documenti, 1/2019, 01/01/2019, pag. 1

La buona politica è al servizio della pace

Messaggio per la celebrazione della 52° Giornata mondiale della pace

Francesco

Entra su un tema non molto frequentato da papa Francesco (come precedente si può ricordare l’incontro con i cittadini di Cesena, cf. Regno-doc. 17,2017,535), ma di attualità ovunque, il Messaggio pubblicato il 18 dicembre in vista della 52a Giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio 2019. È intitolato La buona politica è al servizio della pace, e tratta della funzione e della responsabilità della politica, che «se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone… può diventare veramente una forma eminente di carità», innestandosi sugli insegnamenti di Giovanni XXIII, Paolo VI e Benedetto XVI.

L’attualità del messaggio – e una ricapitolazione di attenzioni centrali del pontificato – emerge soprattutto laddove si considerano i vizi della politica, tali da mettere a rischio la pace sociale: «La corruzione…, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza… la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio». La visione cristiana di fraternità universale della famiglia umana porta il papa a rigettare anche gli «atteggiamenti di chiusura o nazionalismi» che si radicano «nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi».

Stampa (18.12.2018) da sito web www.vatican.va.

1. «Pace a questa casa!»

 

     Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» (Lc 10,5-6).

     Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro, uomini e donne, che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana.[1] La «casa» di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra «casa comune»: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.

     Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: «Pace a questa casa!».

2. La sfida della buona politica 

     La pace è simile alla speranza di cui parla il poeta Charles Péguy;[2] è come un fiore fragile che cerca di sbocciare in mezzo alle pietre della violenza. Lo sappiamo: la ricerca del potere a ogni costo porta ad abusi e ingiustizie. La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione.

     «Se uno vuol essere il primo – dice Gesù – sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc 9,35). Come sottolineava papa san Paolo VI: «Prendere sul serio la politica nei suoi diversi livelli – locale, regionale, nazionale e mondiale – significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità».[3]

     In effetti la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.

3. Carità e virtù umane per una politica al servizio dei diritti umani e della pace 

     Papa Benedetto XVI ricordava che «ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella polis. (…) Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. (…) L’azione dell’uomo sulla terra, quando è ispirata e sostenuta dalla carità, contribuisce all’edificazione di quella universale città di Dio verso cui avanza la storia della famiglia umana».[4] È un programma nel quale si possono ritrovare tutti i politici, di qualunque appartenenza culturale o religiosa che, insieme, desiderano operare per il bene della famiglia umana, praticando quelle virtù umane che soggiacciono al buon agire politico: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la sincerità, l’onestà, la fedeltà.

     A questo proposito meritano di essere ricordate le «beatitudini del politico», proposte dal cardinale vietnamita François-Xavier Nguyen Van Thuan, morto nel 2002, che è stato un fedele testimone del Vangelo:

     «Beato il politico che ha un’alta consapevolezza e una profonda coscienza del suo ruolo.

     Beato il politico la cui persona rispecchia la credibilità.

     Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio interesse.

     Beato il politico che si mantiene fedelmente coerente.

     Beato il politico che realizza l’unità.

     Beato il politico che è impegnato nella realizzazione di un cambiamento radicale.

     Beato il politico che sa ascoltare.

     Beato il politico che non ha paura».[5]

     Ogni rinnovo delle funzioni elettive, ogni scadenza elettorale, ogni tappa della vita pubblica costituiscono un’occasione per tornare alla fonte e ai riferimenti che ispirano la giustizia e il diritto. Ne siamo certi: la buona politica è al servizio della pace; essa rispetta e promuove i diritti umani fondamentali, che sono ugualmente doveri reciproci, affinché tra le generazioni presenti e quelle future si tessa un legame di fiducia e di riconoscenza.

4. I vizi della politica 

     Accanto alle virtù, purtroppo, anche nella politica non mancano i vizi, dovuti sia a inettitudine personale sia a storture nell’ambiente e nelle istituzioni. È chiaro a tutti che i vizi della vita politica tolgono credibilità ai sistemi entro i quali essa si svolge, così come all’autorevolezza, alle decisioni e all’azione delle persone che vi si dedicano. Questi vizi, che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone –, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della «ragion di stato», la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio.

5. La buona politica promuove la partecipazione dei giovani e la fiducia nell’altro 

     Quando l’esercizio del potere politico mira unicamente a salvaguardare gli interessi di taluni individui privilegiati, l’avvenire è compromesso e i giovani possono essere tentati dalla sfiducia, perché condannati a restare ai margini della società, senza possibilità di partecipare a un progetto per il futuro. Quando, invece, la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti. Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire «io mi fido di te e credo con te» nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune. La politica è per la pace se si esprime, dunque, nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona. «Cosa c’è di più bello di una mano tesa? Essa è stata voluta da Dio per donare e ricevere. Dio non ha voluto che essa uccida (cf. Gen 4,1ss) o che faccia soffrire, ma che curi e aiuti a vivere. Accanto al cuore e all’intelligenza, la mano può diventare, anch’essa, uno strumento di dialogo».[6]

     Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune. La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di «artigiani della pace» che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.

6. No alla guerra e alla strategia della paura 

     Cento anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, mentre ricordiamo i giovani caduti durante quei combattimenti e le popolazioni civili dilaniate, oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura. Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.

     Il nostro pensiero va, inoltre, in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che s’impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti. Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra o dalle sue conseguenze, quando non è arruolato per diventare egli stesso soldato od ostaggio dei gruppi armati. La testimonianza di quanti si adoperano per difendere la dignità e il rispetto dei bambini è quanto mai preziosa per il futuro dell’umanità.

7. Un grande progetto di pace 

     Celebriamo in questi giorni il settantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata all’indomani del secondo conflitto mondiale. Ricordiamo in proposito l’osservazione del papa san Giovanni XXIII: «Quando negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli».[7]

     La pace, in effetti, è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani. Ma è anche una sfida che chiede di essere accolta giorno dopo giorno. La pace è una conversione del cuore e dell’anima, ed è facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria:

     – la pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava san Francesco di Sales, esercitando «un po’ di dolcezza verso sé stessi», per offrire «un po’ di dolcezza agli altri»;

     – la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente…; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;

     – la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire.

     La politica della pace, che ben conosce le fragilità umane e se ne fa carico, può sempre attingere dallo spirito del Magnificat che Maria, madre di Cristo salvatore e Regina della pace, canta a nome di tutti gli uomini: «Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; (…) ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Lc 1,50-55).

 

      Dal Vaticano, 8 dicembre 2018.

 

Francesco

 

[1] Cf. Lc 2,14: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

[2] Cf. Le Porche du mystère de la deuxième vertu, Paris 1986.

[3] Paolo VI, lett. ap. Octogesima adveniens nell’80° anniversario dell’enciclica Rerum novarum, 14.5.1971, n. 46; EV 4/772.

[4] Benedetto XVI, lett. enc. Caritas in veritate sul progresso umano integrale nella carità e nella verità, 29.6.2009, n. 7; EV 26/687.

[5] Cf. Discorso alla mostra-convegno «Civitas» di Padova: in 30giorni (2002) 5.

[6] Benedetto XVI, Discorso alle autorità del Benin, Cotonou, 19.11.2011; Regno-doc. 21,2011,674.

[7] Giovanni XXIII, lett. enc. Pacem in terris sulla pace tra tutte le genti, 11.4.1963, n. 24; EV 1/19.

Tipo Documento
Tema Francesco Pace - Guerra
Area
Nazioni

Leggi anche

Documenti, 2019-5

La fratellanza umana per la pace

Papa Francesco; Ahmad Al-Tayyib, grande imam di Al-Azhar

Nel corso del viaggio apostolico negli Emirati Arabi Uniti dal 3 al 5 febbraio – la prima visita di un papa nella Penisola araba –, Francesco ha firmato insieme al grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib, al termine della Conferenza globale sulla fraternità umana che negli stessi giorni riuniva 700 capi religiosi di tutto il mondo, un Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. In esso vengono affrontati molti punti controversi per il dialogo interreligioso e per la convivenza pacifica tra cristiani e musulmani, come la libertà di credo, la protezione dei luoghi di culto, la condanna del terrorismo, il concetto di «piena cittadinanza», la rinuncia all’uso discriminatorio del termine minoranze, i diritti delle donne, dei bambini e dei più vulnerabili.

Le due autorità religiose, il vescovo di Roma e una delle figure più prestigiose del mondo islamico sunnita, trovano un terreno comune nell’affermazione che «tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti».

Documenti, 2019-5

La protezione dei minori nella Chiesa

Incontro dei presidenti delle conferenze episcopali, 21-24 febbraio 2019

Card. Blase Cupich; Francesco

L’inedito incontro in Vaticano di tutti i presidenti delle conferenze episcopali sul tema della protezione dei minori, svoltosi dal 21 al 24 febbraio, è stato quasi un sinodo. Nelle tre giornate ha toccato i temi della responsabilità, dell’accountability (il dover rendere conto del loro operato) e della trasparenza nel trattare i casi di abuso e violenza sessuale all’interno della Chiesa.

Ma non solo: l’incontro ha proposto uno stile ecclesiale complessivo che oggi deve uniformare ogni comunità, dalla più grande o centrale alla più piccola o remota. In particolare, se è vero che ai vescovi è chiesto un esercizio reale della collegialità, per tutta la Chiesa è oggi urgente una reale sinodalità (cf. la relazione del card. B. Cupich, qui a fianco) che coinvolga ogni battezzato, chierico, religioso o laico, uomo o donna. Solo così infatti sarà possibile lottare con efficacia il terribile «mistero del male» che è entrato nella Chiesa, che s’«accanisce contro i più deboli perché sono immagine di Gesù» – ha detto papa Francesco nel discorso conclusivo –. La «rabbia giustificata della gente», che è come «il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati», pone oggi davanti alla Chiesa, e ai vescovi in primis, l’obbligo d’intraprendere azioni concrete. Per questo i partecipanti hanno lavorato anche in forma di gruppi di discussione, a partire da 21 punti che sono stati distribuiti in apertura dei lavori (cf. riquadro a p. 135).

Documenti, 2019-3

Le due piaghe della Chiesa

Discorso alla curia romana per la presentazione degli auguri natalizi

Francesco

Nell’udienza che il 21 dicembre scorso il papa ha concesso ai cardinali e ai superiori della curia romana per lo scambio degli auguri natalizi, momento che ogni anno offre l’opportunità per fare un bilancio delle questioni interne della Chiesa di Roma, Francesco ha affermato che – se «la Sposa di Cristo prosegue il suo pellegrinaggio tra gioie e afflizioni, tra successi e difficoltà, esterne e interne» – tuttavia «certamente le difficoltà interne rimangono sempre quelle più dolorose e più distruttive». E le due piaghe dove si manifestano «la contro-testimonianza e gli scandali di alcuni figli e ministri della Chiesa» sono quelle degli abusi, richiamata con la figura biblica di Davide, e dell’infedeltà, significativamente rappresentata dalla figura di Giuda.

Per affrontare la questione degli «abusi di potere, di coscienza e sessuali» – che di nuovo nel 2018 hanno gravemente danneggiato l’immagine e la credibilità della Chiesa con le crisi del Cile e degli Stati Uniti – il percorso non parte da zero e vedrà in febbraio un’occasione per mettere a punto una strategia condivisa. Mentre per l’«infedeltà» di chi semina «zizzania, divisione e sconcerto» nella Chiesa, con un chiaro riferimento alla vicenda dell’ex nunzio negli USA Carlo Maria Viganò che in agosto ha cercato di destituire Francesco, l’unica via individuata è quella della conversione spirituale. Dopo sei anni di ministero, Francesco è messo a dura prova dagli stessi problemi che hanno portato alle dimissioni Benedetto.