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Documenti, 11/2019, 01/06/2019, pag. 372

Il papa richiama

73a Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (20-23.5.2019)

Conferenza episcopale italiana

Sono tre le questioni che papa Francesco ha posto come spunti di riflessione per il confronto con i vescovi italiani, aprendo la 73a Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (CEI) il 20 maggio nell’Aula del Sinodo in Vaticano.

Si tratta del «probabile sinodo per la Chiesa italiana», su cui si era confrontato il Consiglio permanente della CEI in aprile (cf. Regno-doc. 9,2019,305); del processo matrimoniale, su cui a Francesco «rammarica constatare che la riforma, dopo più di quattro anni, rimane ben lontana dall’essere applicata nella gran parte delle diocesi italiane»; e del rapporto tra i vescovi e i loro sacerdoti, perché «alcuni vescovi, purtroppo, fanno fatica a stabilire relazioni accettabili con i propri sacerdoti, rischiando così… addirittura di indebolire la stessa missione della Chiesa».

E sulla missione – centrale fin dal tema dell’Assemblea, «Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria» – è proseguita la discussione tra i vescovi nei giorni successivi, perché sarà il tema degli Orientamenti pastorali del quinquennio 2020-2025. Pubblichiamo, insieme al Discorso di papa Francesco, l’Introduzione del presidente della CEI card. Gualtiero Bassetti (21.5) e il Comunicato finale (23.5).

Stampa (20.5.2019) da sito web www.vatican.va (discorso del papa); originali in nostro possesso ( Introduzione del card. Bassetti e Comunicato finale). Titolazione redazionale.

 

Tre priorità
Papa Francesco

Cari fratelli,

     vi ringrazio per questo incontro, che desidererei fosse un momento di aiuto al discernimento pastorale sulla vita e la miss ione della Chiesa italiana. Vi ringrazio anche per lo sforzo che offrite ogni giorno nel portare avanti la missione che il Signore vi ha affidato e nel servire il popolo di Dio con e secondo il cuore del buon Pastore.

     Vorrei oggi parlarvi nuovamente di alcune questioni che abbiamo trattato nei nostri precedenti incontri, per approfondirle e integrarle con questioni nuove per vedere insieme a che punto siamo. Vi darò la parola in seguito per rivolgermi le domande, le perplessità e le ispirazioni, le critiche, tutto quello che portate nel cuore. Sono tre i punti di cui io vorrei parlare.

1. Sinodalità e collegialità

     In occasione della commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, tenutasi il 17 ottobre 2015, ho voluto chiarire che «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio (…) ed è dimensione costitutiva della Chiesa», così che «quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola sinodo».[1]

     Anche il nuovo documento della Commissione teologica internazionale, sulla sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, nel corso della sessione plenaria del 2017, afferma che «la sinodalità, nel contesto ecclesiologico, indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice». E prosegue così: «Mentre il concetto di sinodalità richiama il coinvolgimento e la partecipazione di tutto il popolo di Dio alla vita e alla missione della Chiesa, il concetto di collegialità precisa il significato teologico e la forma di esercizio del ministero dei vescovi a servizio della Chiesa particolare affidata alla cura pastorale di ciascuno e nella comunione tra le Chiese particolari in seno all’unica e universale Chiesa di Cristo, mediante la comunione gerarchica del collegio episcopale col vescovo di Roma. La collegialità, pertanto, è la forma specifica in cui la sinodalità ecclesiale si manifesta e si realizza attraverso il ministero dei vescovi sul livello della comunione tra le Chiese particolari in una regione e sul livello della comunione tra tutte le Chiese nella Chiesa universale. Ogni autentica manifestazione di sinodalità esige per sua natura l’esercizio del ministero collegiale dei vescovi».[2]

     Mi rallegro dunque che questa assemblea ha voluto approfondire questo argomento che in realtà descrive la cartella clinica dello stato di salute della Chiesa italiana e del vostro operato pastorale ed ecclesiastico.

     Potrebbe essere di aiuto affrontare questo contesto di eventuale carente collegialità e partecipazione nella conduzione della CEI sia nella determinazione dei piani pastorali, che negli impegni programmatici economico-finanziari.

     Sulla sinodalità, anche nel contesto di probabile sinodo per la Chiesa italiana – ho sentito un «rumore» ultimamente su questo, è arrivato fino a Santa Marta! –, vi sono due direzioni: sinodalità dal basso in alto, ossia il dover curare l’esistenza e il buon funzionamento della diocesi: i consigli, le parrocchie, il coinvolgimento dei laici… (cf. CIC cann. 469-494) – incominciare dalle diocesi: non si può fare un grande sinodo senza andare alla base. Questo è il movimento dal basso in alto – e la valutazione del ruolo dei laici; e poi la sinodalità dall’alto in basso, in conformità al discorso che ho rivolto alla Chiesa italiana nel V Convegno nazionale a Firenze, il 10 novembre 2015, che rimane ancora vigente e deve accompagnarci in questo cammino. Se qualcuno pensa di fare un sinodo sulla Chiesa italiana, si deve incominciare dal basso verso l’alto, e dall’alto verso il basso con il documento di Firenze. E questo prenderà, ma si camminerà sul sicuro, non sulle idee.

2. La riforma dei processi matrimoniali

      Come ben sapete, con i due motu proprio Mitis iudex Dominus Iesus e Mitis et misericors Iesus, pubblicati nel 2015, sono stati riordinati ex integro i processi matrimoniali, stabilendo tre tipi di processo: ordinario, breviore e documentale.

     L’esigenza di snellire le procedure ha condotto a semplificare il processo ordinario, con l’abolizione della doppia decisione conforme obbligatoria. D’ora in poi, se non c’è appello nei tempi previsti, la prima sentenza che dichiara la nullità del matrimonio diventa esecutiva. Vi è, poi, l’altro tipo di processo: quello breviore. «Questa forma di processo è da applicarsi nei casi in cui l’accusata nullità del matrimonio è sostenuta dalla domanda congiunta dei coniugi, argomenti evidenti, essendo le prove della nullità matrimoniale di rapida dimostrazione. Con la domanda fatta al vescovo, e il processo istruito dal vicario giudiziale o da un istruttore, la decisione finale, di dichiarazione della nullità o di rinvio della causa al processo ordinario, appartiene al vescovo stesso, il quale – in forza del suo ufficio pastorale – è con Pietro il maggiore garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina. Sia il processo ordinario che quello breviore sono comunque processi di natura prettamente giudiziale, il che significa che la nullità del matrimonio potrà essere pronunciata solo qualora il giudice consegua la certezza morale sulla base degli atti e delle prove raccolte».[3]

     Il processo breviore ha introdotto così una tipologia nuova, ossia la possibilità di rivolgersi al vescovo, quale capo della diocesi, chiedendogli di pronunciarsi personalmente su alcuni casi, nei casi più manifesti di nullità. E questo poiché la dimensione pastorale del vescovo comprende ed esige anche la sua funzione personale di giudice. Il che non solo manifesta la prossimità del pastore diocesano ai suoi fedeli, ma anche la presenza del vescovo come segno di Cristo sacramento di salvezza. Per questo il vescovo e il metropolita, con atto amministrativo, devono procedere all’erezione del tribunale diocesano, se ancora non sia stato costituito, e nel caso di difficoltà possono anche accedere a un tribunale diocesano o interdiocesano viciniore. Questo è importante.

     Questa riforma processuale è basata sulla prossimità e sulla gratuità. Prossimità alle famiglie ferite significa che il giudizio, per quanto possibile, si celebri nella Chiesa diocesana, senza indugio e senza inutili prolungamenti. Il termine gratuità rimanda al mandato evangelico secondo il quale gratuitamente si è ricevuto e gratuitamente si deve dare (cf. Mt 10,8), per cui richiede che la pronunzia ecclesiastica di nullità non equivalga a un elevato costo che le persone disagiate non riescono a sostenere. Questo è molto importante.

     Sono ben consapevole che voi, nella 71ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana e attraverso varie comunicazioni,[4] avete previsto un aggiornamento circa la riforma del regime amministrativo dei tribunali ecclesiastici in materia matrimoniale. Tuttavia mi rammarica constatare che la riforma, dopo più di quattro anni, rimane ben lontana dall’essere applicata nella grande parte delle diocesi italiane.

     Ribadisco con chiarezza che il Rescritto da me dato, nel dicembre 2015, ha abolito il motu proprio di Pio XI Qua cura (1938), che istituiva i tribunali ecclesiastici regionali in Italia e, pertanto, auspico vivamente che l’applicazione dei due suddetti motu proprio trovi la sua piena e immediata attuazione in tutte le diocesi dove ancora non si è provveduto.

     Al riguardo, cari confratelli, non dobbiamo mai dimenticare che la spinta riformatrice del processo matrimoniale canonico, caratterizzata – come ho già detto sopra – dalla prossimità, celerità e gratuità delle procedure, è volta a mostrare che la Chiesa è madre e ha a cuore il bene dei propri figli, che in questo caso sono quelli segnati dalla ferita di un amore spezzato; e pertanto tutti gli operatori del tribunale, ciascuno per la sua parte e la sua competenza, devono agire perché questo si realizzi, e di conseguenza non anteporre null’altro che possa impedire o rallentare l’applicazione della riforma, di qualsiasi natura o interesse possa trattarsi.

     Il buon esito della riforma passa necessariamente attraverso una conversione delle strutture e delle persone; e quindi non permettiamo che gli interessi economici di alcuni avvocati oppure la paura di perdere potere di alcuni vicari giudiziari frenino o ritardino la riforma.

3. Il rapporto tra i sacerdoti e i vescovi

      Il rapporto tra noi vescovi e i nostri sacerdoti rappresenta, indiscutibilmente, una delle questioni più vitali nella vita della Chiesa, è la spina dorsale su cui si regge la comunità diocesana. Cito le parole sagge di sua eminenza il card. Bassetti quando scrisse: «Se si dovesse incrinare questo rapporto tutto il corpo ne risulterebbe indebolito. E lo stesso messaggio finirebbe per affievolirsi».[5]

     Il vescovo è il pastore, il segno di unità per l’intera Chiesa diocesana, il padre e la guida per i propri sacerdoti e per tutta la comunità dei credenti; egli ha il compito inderogabile di curare in primis e attentamente il suo rapporto con i suoi sacerdoti. Alcuni vescovi, purtroppo, fanno fatica a stabilire relazioni accettabili con i propri sacerdoti, rischiando così di rovinare la loro missione e addirittura indebolire la stessa missione della Chiesa.

     Il concilio Vaticano II ci insegna che i presbiteri costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinati a uffici diversi (cf. cost. Lumen gentium, n. 28). Ciò significa che non esiste vescovo senza il suo presbiterio e, a sua volta, non esiste presbiterio senza un rapporto sano cum episcopo. Anche il decreto conciliare Christus Dominus afferma: «Tutti i sacerdoti, sia diocesani sia religiosi, in unione con il vescovo partecipano all’unico sacerdozio di Cristo e perciò sono costituiti provvidenziali cooperatori dell’ordine episcopale. (…) Perciò essi costituiscono un solo presbiterio e una sola famiglia, di cui il vescovo è il padre» (n. 28; EV 1/647).

     Il rapporto solido tra il vescovo e i suoi sacerdoti si basa sull’amore incondizionato testimoniato da Gesù sulla croce, che rappresenta l’unica vera regola di comportamento per i vescovi e i sacerdoti. In realtà, i sacerdoti sono i nostri più prossimi collaboratori e fratelli. Sono il prossimo più prossimo! Si basa anche sul rispetto reciproco che manifesta la fedeltà a Cristo, l’amore alla Chiesa, l’adesione alla buona Novella. La comunione gerarchica, in verità, crolla quando viene infettata da qualsiasi forma di potere o di autogratificazione personale; ma, all’opposto, si fortifica e cresce quando viene abbracciata dallo spirito di totale abbandono e di servizio al popolo di Dio.

     Noi vescovi abbiamo il dovere di presenza e di vicinanza al popolo cristiano, ma in particolare ai nostri sacerdoti, senza discriminazione e senza preferenze. Un pastore vero vive in mezzo al suo gregge e ai suoi presbiteri, e sa come ascoltare e accogliere tutti senza pregiudizi.

     Non dobbiamo cadere nella tentazione di avvicinare solo i sacerdoti simpatici o adulatori e di evitare coloro che secondo il vescovo sono antipatici e schietti; di consegnare tutte le responsabilità ai sacerdoti disponibili o «arrampicatori» e di scoraggiare i sacerdoti introversi o miti o timidi, oppure problematici. Essere padre di tutti i propri sacerdoti; interessarsi e cercare tutti; visitare tutti; saper sempre trovare tempo per ascoltare ogni volta che qualcuno lo domanda o ne ha necessità; far sì che ciascuno si senta stimato e incoraggiato dal suo vescovo. Per essere pratico: se il vescovo riceve la chiamata di un sacerdote, risponda in giornata, al massimo il giorno dopo, così quel sacerdote saprà che ha un padre.

     Cari confratelli, i nostri sacerdoti si sentono continuamente sotto attacco mediatico e spesso ridicolizzati oppure condannati a causa di alcuni errori o reati di alcuni loro colleghi, e hanno vivo bisogno di trovare nel loro vescovo la figura del fratello maggiore e del padre che li incoraggia nei periodi difficili; li stimola alla crescita spirituale e umana; li rincuora nei momenti di fallimento; li corregge con amore quando sbagliano; li consola quando si sentono soli; li risolleva quando cadono. Ciò richiede, prima di tutto, vicinanza ai nostri sacerdoti, che hanno bisogno di trovare la porta del vescovo e il suo cuore sempre aperti. Richiede di essere vescovo-padre, vescovo-fratello!

     Cari fratelli, ho voluto condividere con voi questi tre argomenti come spunti di riflessione. Ora lascio a voi la parola e vi ringrazio in anticipo per la sincerità e la franchezza. E grazie tante!

Francesco

 

Tre questioni critiche
Card. Gualtiero Bassetti

Cari fratelli,

     rinnovo a ciascuno di voi il benvenuto mio e della Presidenza. Un saluto altrettanto cordiale lo rivolgo al nunzio apostolico in Italia, Emil Paul Tscherrig, e ai fratelli nell’episcopato che rappresentano le Chiese che sono in Europa.

     Arriviamo a questo appuntamento – che qualifica l’ultimo tratto dell’anno pastorale – con i sentimenti del seminatore, che non nasconde la sua stanchezza, ma la porta con la fiducia di chi – nel seme che muore – già intravede il raccolto di domani.

     Torniamo a riunirci con disponibilità, sapendo che ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro. Accogliamoci reciprocamente «per camminare insieme in un esempio di sinodalità»: sia questa la modalità con cui portare avanti corresponsabilità e processi decisionali; sia questo il nostro metodo di vita e di governo, secondo la doppia modalità – sottolineata dal papa – dal basso in alto e dall’alto in basso. La sinodalità non è un evento da celebrare, ma uno stile da lasciar trasparire nel linguaggio, nella stima vicendevole, nella gratitudine, nella cura delle relazioni: tra noi e con il popolo di Dio, a partire dai nostri presbiteri.

     Chiediamo al Signore la grazia di vivere queste giornate come un’opportunità preziosa di fraternità in cui confrontarci e rinfrancarci a vicenda, per esercitare quel discernimento comunitario che consente di assumere con coraggio e docilità ciò che oggi lo Spirito suggerisce. Ne abbiamo fatto esperienza nell’incontro vissuto ieri sera con il santo padre, a cui va la nostra gratitudine e affettuosa solidarietà: il nostro ministero episcopale vive intimamente legato al suo servizio di unità e di presidenza della carità; in lui troviamo riferimento, monito e promessa.

I nuovi Orientamenti pastorali

     Sullo sfondo di questa sintonia con il magistero di papa Francesco, appare quanto mai significativo il tema centrale di questa nostra Assemblea: «Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria». Preziosa per tutti è anche la presenza fra noi di una quindicina di missionari, che ringraziamo per la testimonianza evangelica di cui sono espressione. Affrontare il tema della missione non significa mettere in fila una nuova serie di attività da realizzare, ma piuttosto fare nostro un nuovo modo di essere Chiesa, che, in quanto tale, coinvolge l’esistenza di ciascuno e l’intera pastorale.

     Ce lo chiede quella stessa realtà che non ci stanchiamo di accompagnare con sguardo di pastori. È questo sguardo, infatti, a farci prendere coscienza del cambiamento d’epoca nel quale siamo immersi, che ha archiviato il tempo in cui un progetto pastorale poteva essere sviluppato appoggiandosi su un tessuto per molti versi omogeneo. Oggi, come ci ricorda l’Evangelii gaudium, siamo chiamati ad «abbandonare il comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così» (Evangelii gaudium, n. 33; EV 29/2139), per trasformare la nostra tradizione in «spinta verso il futuro», capace di «fornire forza e coraggio per il proseguimento del cammino».

      Va in questa direzione lo stesso tema degli Orientamenti pastorali, anch’esso all’ordine del giorno dei nostri lavori: ci permetterà di iniziare a individuare la direzione di marcia e a condividere spunti di riflessione, contenuti e proposte per le nostre Chiese.

     Ora, ogni mutamento di paradigma ha la sua sorgente e la sua giustificazione nel Vangelo; un Vangelo creduto e vissuto, che rimane scandalo e follia rispetto a ogni logica mondana. Un Vangelo che parla nell’umiltà di chi, non cercando la propria gloria, sa ascoltare e comprendere i bisogni della gente. Ancora: un Vangelo che parla nella gratuità di chi non ripone la «fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte», ma ha a cuore la vita concreta degli altri. Un Vangelo, infine, che parla – prima ancora che nella gioia suscitata nei destinatari – in quella testimoniata da chi lo annuncia.

     Umiltà, gratuità, gioia: come ricorderete, sono i sentimenti di Cristo Gesù, che papa Francesco ci ha messo davanti a Firenze, dove ha tracciato il piano per la Chiesa in Italia. Puntare a farli nostri – fino a trasformarli in atteggiamenti permanenti – è la condizione per essere all’altezza della nostra missione. Diversamente, come ci ammoniva il santo padre, «non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significherebbe costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto e che rendono sterile il dinamismo» missionario.

     La finalità ultima del nostro andare rimane l’annuncio della paternità misericordiosa di Dio, che ci è rivelata in Cristo Gesù, perché ciascuno possa trovare in lui il significato ultimo e unificante della vita. Se siamo spinti a oltrepassare i confini del gruppo, della piccola comunità, della cerchia rassicurante di chi la pensa come noi; se ci sta a cuore la dignità di ogni persona, la vita nascente come quella che giunge al suo tramonto, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili – per cui in questi giorni andremo ad approvare le Linee guida – il futuro dei giovani, il lavoro, le famiglie provate dalla quotidianità, la persona migrante e le cause che l’hanno costretta a lasciare la sua terra, la custodia del creato e lo sviluppo sostenibile, la testimonianza da offrire ai credenti di altre fedi attraverso la meditazione delle Scritture sacre e il dialogo ecumenico e interreligioso… Se tutto questo ci sta a cuore è perché siamo radicati nel Signore Gesù. È lui la ragione per cui nessuna situazione, nessuna circostanza, nessun ambito umano può trovarci estranei o indifferenti. In lui non finiremo mai di «scoprire i tratti del volto autentico dell’uomo», come pure di spenderci perché tutti abbiano la vita: ne è parte l’impegno per «l’inclusione sociale dei poveri» come l’essere «fermento di incontro e di unità» per «costruire insieme con gli altri la società civile».

Riforma del terzo settore,
terremoto, Europa

     A questo riguardo, consentitemi di essere estremamente esplicito almeno su tre questioni, strettamente legate all’attualità.

     Innanzitutto, avverto una crescente preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare con la riforma del terzo settore. Al fondo restano ancora antichi pregiudizi per le attività sociali svolte dal mondo cattolico; pregiudizi che non consentono di avere ancora una normativa adeguata a rispondere alle esigenze di centinaia di migliaia di persone, dedite al prossimo e alle persone bisognose. Si tratta di un mondo di valori e progetti realizzati, di assistenza sociale, di servizi socio-sanitari, di spazi educativi e formativi, di volontariato e impegno civile. In una società libera e plurale questo spazio dovrebbe essere favorito e agevolato in ogni modo. Per questo non si può che rimanere sconcertati vedendo che al paese intero si manda un segnale di segno opposto, intervenendo senza giustificazione alcuna per raddoppiare la tassazione sugli enti che svolgono attività non commerciali. Al governo chiediamo non sconti fiscali o privilegi, ma regole idonee e certe, nel rispetto di quella società organizzata e di quei corpi intermedi che sono espressione di sussidiarietà; risposta di prossimità offerta al bene di ciascuno e di tutti; risposta qualificata dall’esperienza e dalla creatività, dalla professionalità e dalle buone azioni.

     Un secondo tema riguarda la situazione che è venuta a determinarsi nel Centro Italia all’indomani del terremoto. Il nostro è un paese unico, tanto per bellezza quanto per fragilità. Proprio la fragilità, però, potrebbe essere la nostra forza e trasformarsi in occasione di cura e solidarietà, purché la generosa laboriosità di tanti cittadini s’incontri con l’impegno di chi ha la responsabilità civile e politica. Lo reclamano le tante abitazioni ancora inagibili della nostra gente; lo reclamano le nostre chiese: sono 3.000 quelle danneggiate dal sisma; l’impegno, su cui ci si è confrontati per mesi, ne prevede la ricostruzione di 600, quali luoghi di culto, di riferimento e aggregazione per tutta la comunità. È decisivo, dunque, che le ordinanze siano rese operative, che le procedure concordate per la ricostruzione trovino attuazione, che i fondi stanziati si traducano in interventi concreti.

     Un ultimo aspetto su cui è doveroso soffermarsi riguarda il futuro dell’Unione Europea. È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale, fino al punto da far parlare di una «decomposizione della famiglia comunitaria», su cui soffiano populismi e sovranismi. Lasciatemi, però, dire – forse un po’ provocatoriamente – che il problema non è innanzitutto l’Europa, bensì l’Italia, nella nostra fatica a vivere la nazione come comunità politica. Oggi noi italiani cosa abbiamo ancora da offrire? Penso alle nostre virtù, prima fra tutte l’accoglienza; penso a una tradizione educativa straordinaria, a uno spirito di umanità che non ha eguali; penso alla densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi. Attenzione, però: non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori!

     Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato, anche per consentirci di portare più Italia in Europa. Dobbiamo essere fino in fondo italiani – convinti, generosi, solidali, rispettosi delle norme – perché anche l’Europa sia un po’ più italiana. Dobbiamo essere fieri – sia detto senza alcuna presunzione – di un cristianesimo che ha disegnato il continente con il suo contributo di spiritualità e cultura, di arte e dottrina sociale. Di umanesimo concreto. Come italiani dovremmo essere il volto migliore dell’Europa per dare più fierezza ai nostri giovani, ai nostri emigrati e a quanti sbarcano sulle nostre coste, perché siamo il loro primo approdo.

     Con questa prospettiva, va valorizzata l’opportunità che ci è offerta dalle elezioni di domenica prossima: chiediamo a tutti di superare riserve e sfiducia e di partecipare al voto. Siamo consapevoli che questo rimane solo il primo passo, ma è un passo che non ci è dato di disertare.

Incontro dei vescovi del Mediterraneo

     Del progetto europeo è parte integrante il Mediterraneo. Va colto in questa luce l’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace, che si svolgerà a Bari dal 19 al 23 febbraio del prossimo anno. Sarà un’assise unica nel suo genere tra i vescovi cattolici di tutti i paesi lambiti dal Mare nostrum; un incontro che si prefigge di contribuire alla promozione di una cultura del dialogo e della pace per il futuro dell’intero bacino mediterraneo. Papa Francesco non soltanto ha benedetto l’iniziativa, ma vi ha posto il suo sigillo, assicurandoci la sua partecipazione nella giornata conclusiva.

     Cari amici, come l’Evangelii gaudium insegna e la storia della Chiesa e la nostra stessa esperienza confermano, «ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade e metodi creativi» (n. 11; EV 29/2115).

     Non siamo noi gli autori, non siamo noi i protagonisti della missione… A noi, piuttosto, è concesso il privilegio di esserne strumento, inviati al mondo per amare, servire, annunciare, consolare, liberare. Con il coraggio di affrontare anche nuovi tratti di strada, finora poco o per nulla battuti, per raggiungere con la luce del Vangelo ogni situazione umana; nella disponibilità a lasciare tutto – senza rimpianto alcuno – per il bene della missione e delle persone incontrate.

* * *

     Prima di concludere saluto a nome di tutti voi i nuovi membri che, dall’assise dello scorso novembre, sono stati aggiunti alla nostra Assemblea: s.e. mons. Marco Salvi (vescovo ausiliare di Perugia - Città della Pieve), s.e. mons. Giuseppe Schillaci (vescovo eletto di Lamezia Terme), s.e. mons. Andrea Bellandi (arcivescovo eletto di Salerno - Campagna - Acerno), s.e. mons. Giovanni Nerbini (vescovo eletto di Prato).

     Un pensiero, altrettanto cordiale, lo rivolgo ai vescovi divenuti emeriti: s.e. mons. Benvenuto Italo Castellani (Lucca), s.e. mons. Valentino Di Cerbo (Alife – Caiazzo), s.e. mons. Luigi Antonio Cantafora (Lamezia Terme) s.e. mons. Luigi Moretti (Salerno - Campagna - Acerno), s.e. mons. Ignazio Sanna (Oristano), s.e. mons. Antonio Buoncristiani (Siena - Colle di Val d’Elsa - Montalcino), s.e. mons. Franco Agostinelli (Prato).

     La nostra preghiera abbraccia infine i vescovi defunti: s.e. mons. Rosario Mazzola (vescovo emerito di Cefalù), dom Emiliano Fabbricatore (esarca emerito di Santa Maria di Grottaferrata), s.e. mons. Vigilio Mario Olmi (vescovo già ausiliare di Brescia), s.e. mons. Dino De Antoni (arcivescovo emerito di Gorizia), s.e. mons. Antonio Napoletano (vescovo emerito di Sessa Aurunca), s.e. mons. Domenico Padovano (vescovo emerito di Conversano - Monopoli).

* * *

     Vi auguro davvero: «Buona assemblea». Del resto, quando poniamo al centro non i nostri progetti, ma il Signore Gesù, ci ritroviamo subito in missione. Torniamo all’essenza del messaggio cristiano, a quella fede viva che ha il suo cuore nell’amore a Dio e ai fratelli: essa – mentre costituisce il miglior antidoto contro lo smarrimento e le paure – offre il quadro di riferimento che assicura il primato dell’uomo e la protezione e promozione dei più deboli.

Gualtiero card. Bassetti,

arcivescovo di Perugia - Città della Pieve

presidente della CEI

 

 

Comunicato finale

     La preghiera, presieduta dal santo padre, le sue indicazioni ai vescovi e un prolungato dialogo con loro hanno aperto la 73ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, riunita nell’Aula del Sinodo della Città del Vaticano da lunedì 20 a giovedì 23 maggio 2019, sotto la guida del cardinale presidente, Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia - Città della Pieve.

      Quest’ultimo, nell’introdurre i lavori, ha espresso a papa Francesco la gratitudine e la solidarietà della Chiesa italiana. Si è, quindi, soffermato su alcune questioni legate all’attualità, riprese nel confronto tra i vescovi: la riforma del terzo settore, la situazione del dopo terremoto nel Centro Italia e il futuro dell’Unione Europea.

      Il tema principale dell’Assemblea ruotava attorno alla questione «Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria». I contenuti, affidati a una relazione centrale, sono stati approfonditi nei lavori di gruppo e condivisi nella restituzione assembleare e nel dibattito conclusivo, anche in vista di una loro ripresa nel Consiglio permanente del prossimo settembre.

      Nel corso dei lavori sono state approvate le Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili; è stato condiviso un aggiornamento circa l’incontro di riflessione e spiritualità denominato «Mediterraneo frontiera di pace» (Bari, 19-23.2.2020); si è avviato il confronto sui prossimi Orientamenti pastorali della Chiesa italiana.

      L’Assemblea generale ha dato spazio ad alcuni adempimenti di carattere giuridico-amministrativo: l’approvazione del bilancio consuntivo della CEI per l’anno 2018; l’approvazione della ripartizione e dell’assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2019; la presentazione del bilancio consuntivo, relativo al 2018, dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero.

      L’Assemblea ha eletto il presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute.

      Distinte comunicazioni hanno riguardato la Giornata per la carità del papa (30.6.2019), il Mese missionario straordinario (ottobre 2019), la Giornata missionaria mondiale (20.10.2019) e la situazione dei media della CEI. È stato presentato il calendario delle attività della CEI per il prossimo anno pastorale.

      Hanno preso parte ai lavori 235 membri, 27 vescovi emeriti, il nunzio apostolico in Italia – mons. Emil Paul Tscherrig –, 15 delegati di conferenze episcopali estere, 47 rappresentanti di religiosi, consacrati e della Consulta nazionale per le aggregazioni laicali. Tra i momenti significativi vi è stata la concelebrazione eucaristica, presieduta da mons. Protase Rugambwa, segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, nella basilica di San Pietro.

      A margine dei lavori assembleari si è riunito il Consiglio episcopale permanente, che ha provveduto ad alcune nomine e all’approvazione del Messaggio per la 14ª Giornata nazionale per la custodia del creato (1.9.2019) e del Messaggio per la 69a Giornata nazionale del ringraziamento (10.11.2019).

In dialogo con Francesco

      L’intervento del santo padre – seguito da un ampio dialogo sulla base delle domande dei vescovi – ha aperto i lavori della 73ª Assemblea generale. Papa Francesco ha ripreso e approfondito tre questioni, già poste in precedenti incontri: sinodalità e collegialità, riforma dei processi matrimoniali e rapporto tra vescovo e sacerdoti.

     Innanzitutto ha ricordato che il cammino della sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa, attiene al suo modo di vivere e operare e trova la sua forma specifica nell’esercizio collegiale del ministero episcopale. Promuovere «sinodalità dal basso in alto» – quindi con il coinvolgimento dei laici – è la prima condizione anche per promuovere un sinodo; condizione completata dalla «sinodalità dall’alto verso il basso», rispetto alla quale il papa ha rinviato all’intervento fatto a Firenze in occasione del Convegno ecclesiale nazionale, quando ha tracciato il piano per la Chiesa in Italia.

     In secondo luogo il santo padre è tornato sulla riforma dei processi matrimoniali, sottolineando come essa richieda di trovare piena attuazione, quale segno di prossimità, celerità e gratuità delle procedure: modalità con cui la Chiesa si mostra madre a quanti sono segnati dalla ferita di un amore spezzato.

     Infine il terzo spunto di riflessione ha centrato il rapporto – «spina dorsale su cui si regge la comunità diocesana» – tra il vescovo e i sacerdoti. Al riguardo il papa ha richiamato al «compito inderogabile» della vicinanza: «Siate padri di tutti i vostri sacerdoti, interessatevi e cercateli, visitateli, sappiate trovare tempo per ascoltarli, perché ciascuno di loro si senta stimato e incoraggiato dal proprio vescovo».

     All’Assemblea è stato annunciato che il santo padre ha approvato la terza edizione in lingua italiana del Messale romano.

Una triplice preoccupazione

      Gli interventi dei vescovi – seguiti all’Introduzione offerta dal card. Gualtiero Bassetti – hanno ripreso innanzitutto la preoccupazione che si è venuta a creare con la riforma del terzo settore. Si denuncia la mancanza del rispetto e della valorizzazione di quella società organizzata e di quei corpi intermedi, che sono espressione di sussidiarietà che spesso supplisce alle carenze dello stato. Vi si riconosce anche un attacco al mondo cattolico e allo sforzo di prossimità con cui la Chiesa sostiene la speranza fattiva della gente.

     Alla vigilia delle elezioni europee, i vescovi – oltre a sottolineare che all’Europa unita non c’è alternativa – sono tornati a chiedere un’Unione più democratica e «leggera», non ricattatoria nei confronti dei paesi più deboli. Rispetto a un clima di paure e chiusure – riflesso nella polarizzazione ideologica che attraversa le stesse comunità ecclesiali – ci si è ritrovati nel richiamo del cardinale presidente a rivitalizzare, con il dialogo e la presenza nel dibattito pubblico, il patrimonio dell’umanesimo cristiano: un umanesimo che rimane il contributo più prezioso di cui l’Italia può essere portatrice in Europa; un umanesimo non selettivo, ma attento a promuovere – alla luce della dottrina sociale – tutti i valori legati alla persona e alla sua dignità; un umanesimo che rimanda a un rinnovato impegno culturale per ridire la fede nelle categorie del presente, come per formare i giovani al servizio politico.

     Tra gli altri temi portati all’attenzione dell’Assemblea, l’impegno con cui molte diocesi stanno promuovendo le unità pastorali: forme nuove che, nel rispetto della storia delle singole parrocchie, aiutano a interpretarsi e lavorare insieme.

     Rimane la preoccupazione per la situazione che, con il terremoto, è venuta a determinarsi nel Centro Italia: la CEI chiede l’operatività delle ordinanze e la traduzione dei fondi stanziati in interventi concreti, anche per restituire alle comunità un luogo di culto, di riferimento e di aggregazione.

     Prima dell’Introduzione del presidente della CEI è intervenuto il nunzio apostolico in Italia, Mons. Emil Paul Tscherrig, che ha ricordato come le istituzioni ecclesiali esistano in funzione della missione: in quanto tali, devono essere coinvolte in una riforma che le rinnovi, attualizzandone la metodologia e la prassi. Lo stesso accorpamento di alcune diocesi – ha spiegato – è finalizzato a dare un nuovo impeto all’evangelizzazione e a unire le forze vive di uno specifico territorio. Si tratta di un processo che necessita della collaborazione tra i vescovi delle relative diocesi, quindi l’unione di queste sotto la figura dell’amministratore apostolico, per concludere con la loro unione in persona episcopi.

Tempo di missione

      «Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria»: il tema della relazione principale – approfondito nei gruppi di studio (dove sono stati coinvolti quindici missionari) e nel dibattito assembleare – ha offerto proposte per percorsi con cui rinnovare il volto missionario della Chiesa italiana.

     Punto di partenza rimane il recupero di una spiritualità missionaria, centrata sulla parola di Dio, sulla sobrietà come stile, sull’incontro e la fraternità: elementi che portano a «uscire», a «stare con», a coinvolgersi e abitare la vita dell’altro, all’accoglienza delle genti che arrivano da altri paesi. Preziosa diventa la valorizzazione del rientro di presbiteri e laici fidei donum. Ne è condizione il rapporto di cooperazione e scambio tra le Chiese: impostato come tale fin dall’inizio, è testimonianza che la missione non è mai azione individuale; si parte, piuttosto, in quanto inviati e sostenuti da una Chiesa in relazione con un’altra Chiesa sorella. Tale comunione è vitale pure per qualificare la presenza in Italia di sacerdoti provenienti dall’estero.

     Alcune delle prospettive emerse dal confronto sottolineano gli elementi per una progettazione pastorale missionaria: la priorità della Parola, anche attraverso la costituzione di piccoli gruppi del Vangelo; un’attenzione alla vita spirituale delle nuove generazioni e all’accompagnamento degli adulti con proposte di fede e nuovi stili di vita; la promozione di esperienze d’incontro con le povertà, come pure di periodi in missione, purché preparati con cura; la valorizzazione della religiosità popolare e delle missioni al popolo. Decisivo rimane il lavoro di sensibilizzazione assicurato dal Centro missionario diocesano e dai gruppi missionari.

     Nella consapevolezza che l’azione missionaria è il paradigma di ogni azione della Chiesa, sono stati evidenziati alcuni aspetti su cui lavorare: l’attrazione della comunità cristiana e l’apostolato fatto con cuore e opere evangeliche; la promozione di partenze di fidei donum in progetti condivisi tra diocesi italiane; una particolare attenzione alla realtà delle famiglie in missione. Si avverte, infine, l’importanza di favorire l’insegnamento della missiologia nei seminari, la proposta ai giovani di un’esperienza in missione come, più in generale, il sostegno e la diffusione dell’informazione missionaria.

     Il tema principale dell’Assemblea generale sarà ripreso e approfondito nel Consiglio permanente del prossimo settembre.

Il minore al centro

      Nel corso dei lavori sono state approvate le Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili.

     L’intelaiatura del testo è costituita da tre interventi di papa Francesco: la Lettera al popolo di Dio (20.8.2018), il Discorso conclusivo al vertice dei presidenti delle conferenze episcopali (24.2.2019) e il motu proprio Vos estis lux mundi (7.5.2019).

     Le Linee guida sono strutturate secondo alcuni principi: il rinnovamento ecclesiale, che pone al centro la cura e la protezione dei più piccoli e vulnerabili come valori supremi da tutelare, punto di riferimento imprescindibile e criterio dirimente di scelta; l’ascolto delle vittime e la loro presa in carico; l’impegno per sviluppare nelle comunità una cultura della protezione dei minori, di cui è parte la formazione degli operatori pastorali; una selezione prudente dei candidati agli ordini sacri e alla vita consacrata; la collaborazione con l’autorità civile nella ricerca della verità e nel ristabilimento della giustizia; la scelta della trasparenza, sostenuta attraverso un’informazione corretta, attenta a evitare strumentalizzazioni e parzialità; l’individuazione di strutture e servizi a livello nazionale, inter-diocesano e locale, finalizzati a promuovere la prevenzione grazie all’apporto di competenze e professionalità.

     Ai principi guida fanno seguito numerose indicazioni operative e alcuni allegati (riferimenti normativi, regolamento del Servizio nazionale per la tutela dei minori, indicazioni circa i Servizi regionali e inter-diocesani…), che saranno integrati da altri strumenti, affidati alla cura del Servizio nazionale.

Varie

      Mediterraneo. L’Assemblea è stata aggiornata in merito all’incontro di riflessione e spiritualità denominato «Mediterraneo frontiera di pace», in programma a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020, a cui papa Francesco interverrà nella giornata conclusiva. Rivolto ai vescovi cattolici di tutti i paesi lambiti dal Mare nostrum, punta a maturare maggiore fraternità e scambio tra le Chiese, al fine di sviluppare uno sguardo complessivo e organico sul contesto mediterraneo, segnato da una crisi dei diritti umani e da squilibri economici e demografici. Negli interventi è stata sottolineata l’importanza che l’incontro si collochi all’interno di una progettualità ampia e di un censimento delle tante iniziative che già si muovono secondo la medesima prospettiva; nel contempo si chiede che non resti un evento isolato, ma contribuisca realmente a una cultura del dialogo e della pace nel segno della reciprocità.

     Orientamenti pastorali. All’Assemblea generale è stata presentata un’articolata proposta, relativa a una prima ipotesi di Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il quinquennio 2020-2025. Nel dibattito è emersa la condivisione per il tema dell’annuncio del Vangelo e la volontà d’interrogarsi sulle azioni per portarlo avanti con uno stile di sinodalità, inteso quale metodo di riforma della Chiesa e di modalità di presenza al mondo.

     Nel contempo, i vescovi hanno sottolineato la necessità di essenzializzare la proposta, puntualizzando alcune priorità sulla base del contesto culturale e della realtà di vita delle stesse comunità cristiane; recuperare una sintesi di fede e opere, fino a cogliere come la comunione e la missione altro non siano che nomi dell’incontro con il Signore Gesù; assumere il linguaggio della prossimità, dell’accompagnamento e della testimonianza.

     L’iniziale gruppo di lavoro per gli Orientamenti verrà integrato dalla Presidenza, in vista dei prossimi passaggi del testo.

     Adempimenti. Come ogni anno, i vescovi hanno provveduto ad alcuni adempimenti di carattere giuridico-amministrativo: l’approvazione del bilancio consuntivo della CEI per l’anno 2018; l’approvazione della ripartizione e dell’assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille per l’anno 2019; la presentazione del bilancio consuntivo, relativo al 2018, dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero.

Comunicazioni e informazioni

      All’Assemblea generale sono state condivise alcune informazioni. Una prima ha riguardato il Mese missionario straordinario, indetto da papa Francesco per l’ottobre di quest’anno con l’intento di «risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes» e di «riprendere con un nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale». Alle iniziative della Santa Sede si aggiunge un Forum missionario (Sacrofano, 28-31.10.2019), promosso dalla Fondazione Missio e dall’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese. La stessa Giornata missionaria mondiale (20.10.2019) sarà occasione per richiamare l’attenzione e la responsabilità della Chiesa locale a farsi carico della missione con la preghiera e la solidarietà.

     Una seconda informazione ha riguardato la Giornata della carità del papa (30.6.2019), che costituisce una forma concreta di partecipazione ecclesiale, un gesto di fraternità con cui partecipare all’azione del santo padre a sostegno dei più bisognosi e delle comunità che, nelle loro difficoltà, si rivolgono alla Sede apostolica. I dati della colletta italiana relativa al 2018 ammontano a 2.104.765,30 euro. A questa somma vanno ad aggiungersi i contributi devoluti ai sensi del can. 1271 del Codice di diritto canonico: si tratta di 4.025.275,00 euro, di cui 3.999.925,00 euro dalla CEI; 20.350,00 euro dall’arcidiocesi di Genova; 5.000,00 euro dalla diocesi di Lamezia Terme. Ulteriori 100.000,00 euro sono stati offerti dalla CEI alla Carità del papa a favore di una specifica destinazione. I media della CEI e i settimanali diocesani della FISC sosterranno la Giornata con particolare impegno.

     Un’ultima comunicazione è stata relativa proprio ai media della CEI (Agenzia SIR, Avvenire, Tv2000 e circuito radiofonico InBlu), all’impegno per una loro presenza sinergica, volta a valorizzare la voce della Chiesa nel contesto culturale e sociale attuale.

     All’Assemblea generale, infine, è stato presentato il calendario delle attività della CEI per l’anno pastorale 2019-2020.

Nomine

      Nel corso dei lavori l’Assemblea generale ha provveduto alla seguente nomina:

     – presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute: s.e.r. mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia.

     Il Consiglio episcopale permanente, nella sessione straordinaria del 22 maggio, ha provveduto alle seguenti nomine:

     – membri del Collegio dei revisori dei conti della Fondazione Migrantes: dott. Paolo Buzzonetti; dott. Massimo Soraci; diac. dott. Mauro Salvatore.

     – Segretaria generale della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali (CNAL): dott.ssa Maddalena Pievaioli.

     – Assistente ecclesiastico nazionale del Movimento di impegno educativo di Azione cattolica (MIEAC): don Innocenzo Bellante (Monreale).

     – Assistente ecclesiastico nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC): don Innocenzo Bellante (Monreale).

     – Presidente nazionale femminile della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI): sig.ra Martina Occhipinti (Ragusa).

     – Assistente ecclesiastico nazionale della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI): don Andrea Albertin (Padova).

     – Presidente della Federazione italiana esercizi spirituali (FIES): s.e.r. mons. Giovanni Scanavino, vescovo emerito di Orvieto - Todi.

     – Coordinatore nazionale della pastorale dei cattolici albanesi in Italia: don Elia Matija (Pistoia).

     – Consulente ecclesiastico nazionale dell’Unione cattolica artisti italiani (UCAI): mons. Giovanni Battista Gandolfo (Albenga - Imperia).

     – Vice consulente ecclesiastico nazionale dell’Unione cattolica artisti italiani (UCAI): padre Riccardo Lufrani op.

     – Consulente ecclesiastico nazionale dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (UCID): mons. Adriano Vincenzi (Verona).

     Inoltre la Presidenza, nella riunione del 20 maggio, ha proceduto alla nomina di un membro del Consiglio per gli affari economici: s.e.r. mons. Salvatore Angerami, vescovo ausiliare di Napoli.

      Roma, 23 maggio 2019.

 

[1]AAS 107 (2015), 1139; EV 31/1662s.

[2] Commissione teologica internazionale, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, 2.3.2018, n. 6s; Regno-doc. 11,2018,331.

[3] Tribunale apostolico della Rota romana, Sussidio applicativo del motu proprio Mitis iudex Dominus Iesus, in www.rotaromana.va (bit.ly/30LrHRQ).

[4] Ufficio nazionale per i problemi giuridici della CEI, Il motu proprio Mitis iudex Dominus Iesus e la riforma dei processi matrimoniali, in giuridico.chiesacattolica.it (bit.ly/2Ez5k8I).

[5] G. Bassetti, «Il rapporto tra il vescovo e i suoi preti per servire il popolo di Dio»: L’Osservatore romano 7.3.2015.

Tipo Documento
Tema Francesco Pastorale - Liturgia - Catechesi
Area EUROPA
Nazioni

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