A
Attualità
Attualità, 16/2021, 15/09/2021, pag. 520

Io sono Gesù

Mariapia Veladiano

Non sono molti gli autori italiani contemporanei che scrivono romanzi in cui Dio sia implicato, direttamente o indirettamente, in misura tale che la trama narrativa ne sia intrisa. Come capita in Marilynne Robinson, ad esempio (la trilogia immensa GileadLilaCasa, tutti Einaudi, e aspettiamo impazienti Jack, in arrivo), oppure in Alice McDermott (L’ora nona, ma in qualche misura anche Qualcuno, entrambi Einaudi).

 

Non sono molti gli autori italiani contemporanei che scrivono romanzi in cui Dio sia implicato, direttamente o indirettamente, in misura tale che la trama narrativa ne sia intrisa. Come capita in Marilynne Robinson, ad esempio (la trilogia immensa Gilead, Lila, Casa, tutti Einaudi, e aspettiamo impazienti Jack, in arrivo), oppure in Alice McDermott (L’ora nona, ma in qualche misura anche Qualcuno, entrambi Einaudi).

Romanzi in cui sia necessario conoscere più dell’abc della riflessione teologica, sul tema del male, ad esempio, la predestinazione, il peccato, la Grazia, e più dell’abc degli studi esegetici, la questione del Gesù storico, i passaggi culturali della predicazione cristiana, le questioni fondanti del rapporto con l’ebraismo, a seconda di quel che entra nella storia raccontata, ovviamente. Non è scontata questa assenza nella nostra letteratura italiana contemporanea, perché non ci possiamo culturalmente pensare senza il cristianesimo, in Italia, e poi ogni due per tre la politica artiglia le radici cristiane in chiave identitaria. Eppure. Materia di riflessione, per chi vuole.

Intanto però questa nuova rubrica ha trovato il romanzo con cui partire. Pubblicato nel gennaio di quest’anno, Io sono Gesù, di Giosuè Calaciura (Sellerio) offre la voce a un Gesù adulto o forse vecchio, non sappiamo fino all’ultima pagina dove si collochi questa età da cui ci parla, che racconta il niente che sappiamo della sua vita bambina, adolescente, giovane. Racconta il silenzio dei Vangeli.

È una voce dolorosa quella di Gesù, non c’è gioia in lui, come nella vita di tanti uomini e donne che abitano luoghi tormentati della nostra terra. Domina assoluta l’esperienza dell’abbandono. Un certo giorno il padre Giuseppe se ne va. Via da casa, via dalla vita comune, non dà notizie. Ha fatto bene tutte le cose, fino a quel momento. Lo ha accudito, gli ha intagliato meravigliosi uccellini e giochi fatti di piume e conchiglie, gli ha insegnato un poco il suo lavoro. Un padre misterioso, perché non risponde a tante domande, come spesso fanno i padri del resto, ma pieno d’affetto. Eppure se ne va, Giuseppe.

Perché mi hai abbandonato? Se lo chiede Gesù, periodicamente, nel suo viaggio in cerca del padre. Intanto incontra un altro falegname che lo riconosce compagno di solitudine, e lo adotta come aiutante quasi figlio, incrocia un mezzo circo ambulante che lo ingaggia come musico e lui s’innamora, e conosce le infinite durezze di una vita poverissima ed esposta a ogni prevaricazione e le durezze ancora più terribili dell’inganno.

Non è ingenuo, per niente, ma così sono i giovani. Scomposti, nella loro urgenza assoluta di essere riconosciuti e amati. E quindi facili da colpire. Ma sono giovani e capita che riescano a rialzarsi. E ancora rialzarsi, dopo che una seconda ferita d’amore lo annienterà. Le donne della Palestina di Calaciura vegliano dolorosamente da lontano, o ingannano, o muoiono. Non salvano dalla solitudine e dalla ferocia di una persecuzione che sembra proprio inseguirlo, e lo cerca, casa per casa, portando morte e distruzione intorno a lui, come era già capitato con i bambini, poco dopo la sua nascita.

Nascita magica e fantastica mille volte raccontata da sua madre Maria, ma chissà: «Ho capito che ogni madre, non solo la madre di Gesù, racconta al proprio figlio la sua nascita come una favola, l’unico miracolo di cui abbiamo certezza, perché non sia troppo crudele essere al mondo nelle notti feroci di tempesta» (12). Eccoli i poli del racconto di Giosuè (Gesù) Calaciura: il mondo che è tenebra e la madre generatrice custode del segreto.

Il segreto del figlio, che lei conosce senza sapere, che tiene saldamente per il capo della sua fede: «Mia madre era certa che suo figlio avrebbe cambiato il mondo» (101).

La fede non appartiene a Gesù in questo romanzo. Al Tempio, giovanissimo, ne ha conosciuto i misfatti, la bestemmia di un sacro che sfrutta i bisogni dei poveri e dei malati, «era così semplice estorcere denaro ai credenti» (29) e nel tentativo generoso e disperato di soccorrere il «popolo dei miserabili» aveva acquisito la certezza di avere «scollinato la fanciullezza». (31) E poi, niente, «nessun segno, nessun avviso, nessun itinerario certo» (55). Vive nel mistero del nostro esistere, come tutti noi.

Intanto incontra persone che conosciamo: Giovanni cugino, che forse è il Messia, sua madre forse lo pensa, e anche Barabba, e anche Giuda. Ma è del tutto solo Gesù, a cercare il filo di un’esistenza sensata, solo come tutti, a cercare un Padre che ci riconosca e ci permetta di esistere, e nello stesso tempo custoditi, da una madre che sa benissimo che noi ci esistiamo, per il fatto di averci generati.

Ogni volta, sembra dire Calaciura, ognuno di noi deve rifare questo percorso di riconoscimento, passaggio di rinascita. O di morte, perché c’è la disperazione, anche, e può succedere che prevalga e si desideri proprio morire. E allora, chi ci salverà? Quale Messia salverà Giobbe-Gesù che letteralmente non respira, non respira?

«Lasciami, sì che io possa respirare un poco/ prima che me ne vada, senza ritornare,/ verso la terra delle tenebre e dell’ombra di morte,/ dove la luce è come le tenebre» (Gb 10,20b-22).

E dove le tenebre sono luce.

 

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

Leggi anche

Attualità, 2021-20

Parlami di Dio | La Chiesa che non ascolta la domanda

Mariapia Veladiano
C’è un pretone «con una corporatura e una faccia alla Falstaff» (20) ormai vecchio. Oggi non lo si direbbe proprio, ma in tempi a noi vicini a sessant’anni davvero si stava vicini al gran passaggio. E anche il luogo contribuiva di suo, il paese di Montelice, sull’Appennino, che il progresso del mondo lasciava indietro senza darsi pena: «Sette case addossate...
Attualità, 2021-18

La vita nei boschi

Mariapia Veladiano
Certo che non di solo pane viviamo, ma se non ci ricordiamo periodicamente il suo valore, ci perdiamo, eccome se ci perdiamo. Non è scontato il pane – la manna è caduta dal cielo solo una volta nella storia –, ma ha bisogno di una terra sana e rispettata, di acqua pulita, di aria che non uccida, e allora sì, il pane ce l’abbiamo. La pandemia e il cambiamento climatico...
Attualità, 2021-16

Italia - Scuola: che cosa abbiamo imparato?

Aspettative e problematiche del primo anno scolastico in presenza dalla pandemia

Mariapia Veladiano

Trovare riparo nel luogo in cui si è. È una traduzione della bella espressione inglese «shelter in place». Quando nel febbraio 2020 il mondo ha capito di dover prendere decisioni impensate per rallentare la diffusione della pandemia da Coronavirus noi abbiamo velocemente imparato la parola «lockdown», che significa chiusura, isolamento dall’esterno, dall’inglese «to lock», ovvero chiudere a chiave. Lockdown è l’ordine con cui si chiudono i detenuti nelle celle, o si chiudono i cieli ai voli degli aerei quando un pericolo incombe.