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Attualità
Attualità, 6/2023, 15/03/2023, pag. 137

Francesco - 10 anni di pontificato: in cammino con tutti

Storicità, popolo di Dio, coscienza

Gianfranco Brunelli

Dieci anni di pontificato rappresentano un appuntamento periodizzante sia sul piano personale sia su quello ecclesiale. E lo sono certamente anche nel caso del pontificato di papa Francesco. Dieci anni caratterizzati, come non accadeva da secoli, dalla convivenza con un «papa emerito», Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, dimessosi dopo otto anni di pontificato, di fronte a una crisi d’autorità che non riusciva a governare, di cui gli scandali sono stati l’epifenomeno, e che hanno come raffigurato questo tempo della Chiesa come quello della crisi.

Dieci anni di pontificato rappresentano un appuntamento periodizzante sia sul piano personale sia su quello ecclesiale. E lo sono certamente anche nel caso del pontificato di papa Francesco. Dieci anni caratterizzati, come non accadeva da secoli, dalla convivenza con un «papa emerito», Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, dimessosi dopo otto anni di pontificato, di fronte a una crisi d’autorità che non riusciva a governare, di cui gli scandali sono stati l’epifenomeno, e che hanno come raffigurato questo tempo della Chiesa come quello della crisi.

In questo tempo della crisi, un kairos, il pontificato di papa Francesco, rappresenta un tentativo nuovo e significativo che va compreso nell’intera vicenda della Chiesa postconciliare.

Francesco è il primo papa postconciliare. Vescovo di una Chiesa in profonda crisi per il radicale e globale cambio d’epoca. Di quella crisi non sarà il risolutore. Non gli è possibile; servirà una lunga traversata del deserto. Ma il suo pontificato ha segnato sin qui alcuni punti prospettici di grande rilevanza.

Del concilio Vaticano II egli ha ripreso la sostanza profonda. La Chiesa sceglie i molti e non i pochi; guarda all’umanità intera, a tutti, non a una casta, a un ceto, a una classe. La Chiesa si presenta a «tutti», «come un tutto visibile», discernibile agli occhi di chiunque.

L’espressione «tutti gli uomini» è la più ricorrente nell’insieme dei documenti conciliari, ed è costantemente dichiarata quando si tratta d’identificarne lo scopo. Scegliendo i molti, il Concilio sceglie la storia e le storie. L’ordine cristiano del tempo e l’umanità che lo abita. Ha una concezione processuale del cristianesimo, non dogmatica. Quello che il Concilio chiamò «aggiornamento», altro non è che il cammino di rinnovamento, non predefinito e vissuto in chiave applicativa, ma come termine storico di una rinnovata e inedita fedeltà divina. Individuando cioè nel processo di rinnovamento una più profonda fedeltà al mistero rivelato da cui la Chiesa trae origine, il Cristo.

Allo stesso tempo, la prospettiva antropologica nella quale si colloca il rinnovamento conciliare viene maggiormente compresa in chiave cristologica, e solo in questo si fonda una rinnovata prospettiva ecclesiologica. Essa è consegnata a tutti. Un cambio di paradigma che non è senza conseguenze né per la Chiesa, né per l’umanità. Del tema, del metodo e dello stile sinodale papa Francesco ha fatto un punto fermo del pontificato. È la sua vera novità, assieme all’assunzione piena del concetto di storia.

È nella figura del «popolo di Dio», «popolo messianico», che si esercitano i diversi ministeri, ruoli e carismi. La gerarchizzazione della figura storica della Chiesa, che per secoli si è imposta, forse persino necessitata dalla contraddittorietà della storia, pur non perdendo il proprio carattere magisteriale, dev’essere ricompresa, riorientata, riordinata secondo una visione più fedele all’indole spirituale della Chiesa.

Popolo di Dio e il ruolo di Pietro

Anche il primato petrino, il carisma d’infallibilità della Chiesa sono ricompresi in questo schema nuovo; e il capitolo che li ricomprende, riconfermandoli, è intestato alla collegialità episcopale e alla sinodalità. Tutti i vescovi, tutto il popolo. L’insegnamento del diritto medievale che afferma «quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet» conserva tutta la sua attualità.

Diversi anni dopo il Concilio, precisamente nel 1995, Giovanni Paolo II, nell’enciclica Ut unum sint, dedicata all’ecumenismo, aveva posto nei termini della piena comunione il tema dell’esercizio del primato petrino. Definendo il proprio munus, in quanto vescovo di Roma, come pienamente valido, ma tale da non poter essere portato in solitudine: «Compito immane che non possiamo rifiutare e che non posso portare a termine da solo» (n. 96; EV 14/2868).

Non solus pontifex. Ma all’interno del mistero della Chiesa come popolo di Dio, alla collegialità episcopale, alla sinodalità universale e all’ansia dell’unità ecumenica.

Primato della coscienza

Vi è poi una terza dimensione, annunciata fin dall’inizio. Il Vaticano II aveva abbandonato, anche nel linguaggio, il registro fino ad allora tipico del discorso legale, normativo, imperativo ed escludente e a partire dal discorso inaugurale di Giovanni XXIII, Gaudet mater Ecclesia, aveva scelto di valorizzare la propria ricchezza dottrinale con lo stile della misericordia, evitando anche solo l’impressione che il Vangelo sprofondasse nella morale, la fede nell’istituzione, la presenza civile in un disegno (illusorio) di riconquista temporale.

Il tema della misericordia è quello che meglio rappresenta papa Francesco, sul piano personale e su quello magisteriale. È un approccio cordiale al dialogo con l’altro che può sembrare semplificatorio (il rischio c’è, naturalmente), ma a ben vedere esso introduce, attraverso il tema della grazia che vi è implicata, quello del primato della coscienza. Dio parla nelle coscienze, ne fonda la libertà inalienabile che determina la dignità personale. La parola stessa di Dio cresce nelle coscienze ed è questa prospettiva che consente di ritessere quel dialogo culturale che i nuovi mutamenti antropologici impongono e del quale la Chiesa stessa appare così bisognosa.

Non sono mancate nel corso di questi dieci anni di pontificato alcune decisioni estemporanee e talora scelte persino contraddittorie. Anche il susseguirsi degli avvenimenti e il modo in cui necessariamente sono stati raccontati ha dato spesso l’impressione, per usare una categoria di Francesco, di un «pontificato a pezzi».

Ma il tragitto è chiaro nella storia della Chiesa postconciliare: lo stile è di profondo rinnovamento. Il tempo della crisi è un tempo pentecostale.

 

Gianfranco Brunelli

 

Tipo Articolo
Tema Francesco Attualità ecclesiale Santa Sede
Area EUROPA
Nazioni

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