La presa della parola, più rivoluzionaria della presa della Bastiglia
Una maestra di lungo corso rivendica la forza delle pratiche e la libertà del confronto
Quasi inaspettatamente per i nostri standard di reazione, da giorni si svolgono qui e in contesti analoghi dibattiti attorno ai femminismi, suscitati da quelli attorno al ministero. La presa di parola ne suscita altre: in questo caso quella esigente di una maestra di lungo corso che rivendica la forza delle pratiche e la libertà del confronto.
Non amo intervenire nei dibattiti on-line: troppa semplificazione e troppa emozionalità per me, troppo facile non capirsi… Ma questa volta agisco in disaccordo con me stessa (cosa non così rara…), per inserirmi in una discussione tra giovani teologhe (qui e qui), che ha pure suscitato diversi commenti e discussioni social, specialmente da parte di uomini variamente ingaggiati nelle questioni di genere.
Due considerazioni iniziali sulle pratiche
La prima considerazione è che è assai bello che donne giovani (e teologhe giovani) abbiamo tempo, voglia, testa e cuore per riflettere e intervenire su temi come il diaconato negato alle donne e da lì ragionare sulla convivenza di eguaglianza e differenze, sulle pratiche di parola connotate dal genere, sulle dinamiche dello stare al mondo. Si tende a dire che le ragazze non sono più interessate ai temi del femminismo e che le quarantenni sono tutte fuggite dalla Chiesa… beh, no! Almeno non tutte!
Dimenticavo: sono una teologa di 70 anni e ho letto a 16 anni Noi e il nostro corpo scritto dalle donne per le donne del Boston Women’s Health Book Collective nel 1972, in una copia sdrucita passata di mano in mano...
La seconda considerazione è che sono molto lieta di far parte, dal suo inizio, del CTI, di cui anche queste giovani donne fanno parte: abbiamo impiegato molto tempo a imparare che la complicità tra donne non richiede una posizione del CTI, ma può raccogliere posizioni e strategie diverse perché «resisto alla chiusura, qualunque essa sia, che sia donna o lingua» (J. Derrida, H. Cixous, La lingua che verrà, Meltemi, Roma 2008).
E abbiamo impiegato molto non per costruirne una teoria, ma per impararne una pratica che ha fatto del CTI una tavola apparecchiata e imbandita, dove si mangia e si parla, si condivide e si discute, si beve e si ascolta; alla fine di un pranzo famigliare non sempre i problemi si risolvono, anzi, a volte diventano più evidenti, ma si è più insieme e così si possono affrontare le cose che ci attendono.
Nel merito del dibattito
Terza e ultima considerazione, nel merito del dibattito: da moltissimo le donne discutono se l’uguaglianza dei diritti sia condizione di possibilità o piuttosto conseguenza della valorizzazione della soggettività delle differenze. Sappiamo che vogliamo tutto: uguaglianza e differenza riconosciuta, da noi stesse e dagli altri. E in ogni gesto, parola o sottile intonazione della voce… siamo esigenti.
E se qualcosa vorrei che passasse alle più giovani non è l’opus operato ma piuttosto il modus operandi di questi anni di vita, l’esperienza delle cicatrici che mi rendono permanentemente esigente e periferica, anche quando vinciamo.
Sapere per che cosa lottare prima (il diritto a essere ordinate o la diversa modalità di gestire l’autorità nella Chiesa?) è questione politica, che vuol dire particolare e concreta e relativa al contesto, alle forze e alle culture.
In questo caso specifico e per un’analisi che richiederebbero un volume, personalmente sono della tesi che occorra trasformare prima la cultura del potere e dopo sarà possibile un’eguaglianza di diritti. Ma sono disponibile a riconoscere il potere strategico dell’ordinazione se qualcuno me ne darà buoni motivi politici (per ora non li ho trovati, con grande rispetto per le tesi di chi, uomo o donna, sostiene questo).
Prendere parola dunque è pratica rischiosa e rivoluzionaria
Ma bisogna fare attenzione: l’articolazione di uguaglianza e differenza va riportata alla sua dimensione politica e di pratiche, freniamo le vocazioni universalistico-teoriche: le donne hanno pagato un prezzo molto alto a questo errore, prezzo di fallimenti e divisioni.
E ricordiamo tutti che prendere la parola è molto di più e molto peggio della presa della Bastiglia: è un atto rivoluzionario e spesso sanguinario, non è mai senza conseguenze. Gli uomini che vogliono esserci complici prendano la parola su di sé: la loro differenza manifestata sarà rivoluzionaria, per noi, per loro e per le istituzioni.