A
Attualità
Attualità, 4/2019, 15/02/2019, pag. 65

Ungheria - Chiesa e politica: demo-scettiche

Le Chiese ungheresi nella trasformazione di Orbán

Paul M. Zulehner

La storia recente che l’Ungheria ha alle spalle è agitata. Per 40 anni è stata in balia del potere comunista, che agiva su un piano internazionale. I potenti del Cremlino non tolleravano alcun individualismo nazionale. Quando nel 1956 il governo comunista in Ungheria insorse, i carri armati russi entrarono nel paese. Moltissime persone fuggirono in Occidente.

 

La storia recente che l’Ungheria ha alle spalle è agitata. Per 40 anni è stata in balia del potere comunista, che agiva su un piano internazionale. I potenti del Cremlino non tolleravano alcun individualismo nazionale. Quando nel 1956 il governo comunista in Ungheria insorse, i carri armati russi entrarono nel paese. Moltissime persone fuggirono in Occidente.

In seguito fu di nuovo l’Ungheria, a fianco della Repubblica democratica tedesca della Germania orientale, ad avere un ruolo importante nella Rivoluzione di velluto del 1989. Quando il ministro degli Esteri austriaco Alois Mock e l’omologo ungherese Gyula Horn alla fine di giugno tagliarono il filo spinato al confine, le fotografie fecero il giro del mondo. Per questo paese nel cuore dell’Europa si era aperta la strada verso un futuro indipendente. Erano riusciti a deciderlo da soli.

Nel 2004, poi, il paese ha aderito all’Unione Europea. Già prima era entrato nella NATO. Tutte queste decisioni erano il segnale che l’Ungheria voleva da paese totalitario trasformarsi in una democrazia occidentale.

Disfare la democrazia attraverso la democrazia

Il percorso dell’Ungheria verso una democrazia in stile europeo occidentale nei primi anni dopo la fine del dominio comunista sembrava procedere liscio senza dare nell’occhio. Ma da quando Viktor Orbán è diventato primo ministro, nel 2010, l’Ungheria si è trovata sotto i riflettori internazionali. La Commissione europea ha avviato tre procedure d’infrazione, ritenendo che i diritti fondamentali della democrazia siano a rischio.

Il punto non è il modo specifico con cui l’Ungheria interpreta la questione di come l’Europa debba affrontare la sfida delle persone che cercano protezione, compresi i migranti alla ricerca di una vita migliore.

Gli osservatori invece notano un numero sempre maggiore di segnali che indicano un allontanamento dell’Ungheria dal modello di democrazia occidentale, nello sforzo di costruire una «democrazia a modo proprio». I critici accusano Viktor Orbán di voler trasformare radicalmente la giovane democrazia ungherese, che dopo il crollo del Muro si era orientata verso il modello delle democrazie occidentali.

Indicazioni di questa trasformazione si possono evincere dai singoli procedimenti d’infrazione che l’Unione Europea ha avviato contro lo stato membro Ungheria. I custodi dei trattati sono preoccupati per l’interferenza del governo ungherese nell’attività della Corte costituzionale. C’è inquietudine a causa di una temuta «nazionalizzazione» dei mezzi d’informazione. Anche le misure ostili verso le organizzazioni non governative generano un preoccupato malcontento.

Il governo Orbán ha deciso che il paese non si chiamerà più «Repubblica di Ungheria» e ha rimosso la parola repubblica dal nome dello stato, cosa che gli osservatori interpretano come un indebolimento del clima democratico generale. Dello sviluppo in corso si critica il fatto che, sebbene si parli di democrazia, gli strumenti di controllo democratico vengano sistematicamente indeboliti.

Un tratto importante di questa evoluzione è l’enfasi sull’aggettivo «cristiano». Nel 2010 è stata approvata una nuova Costituzione. Il partito di governo Fidesz aveva da solo la maggioranza necessaria, sebbene questa maggioranza dei due terzi sia stata eletta dal 27% della popolazione. Secondo gli osservatori, la nuova Costituzione vorrebbe rendere l’Ungheria in un certo senso uno «stato cristiano», e lo dimostrerebbero il riferimento a Dio, il riferimento alla Corona di santo Stefano, i termini patria, cristianesimo, famiglia, fedeltà, fede, amore e orgoglio nazionale.

Viktor Orbán è accusato di disfare la democrazia in Ungheria attraverso processi democratici: «Secondo una dichiarazione di Bernhard Odehnal, vincitore del premio di Zurigo per il giornalismo, Orbán è arrivato al potere in modo democratico, ma il suo governo ora sta disfacendo la democrazia. In un’intervista al quoti-
diano svizzero Tages Anzeiger, Odehnal ha affermato che tutte le classiche istanze di controllo democratico sono state indebolite o abolite o poste sotto il controllo del governo».1

Viktor Orbán, tuttavia, respinge energicamente queste accuse. Afferma di non voler abolire la democrazia in Ungheria, ma di volere una democrazia diversa. Al posto del modello occidentale di democrazia liberale vorrebbe stabilire una democrazia illiberale.

In un discorso in Transilvania nel 2011 lo ha spiegato in modo programmatico, tracciando la sua visione della nazione ungherese sia all’interno sia all’esterno dei confini statali ungheresi: «I cittadini ungheresi si aspettano dai loro politici al governo che trovino, forgino e compiano quella nuova organizzazione dello stato che dopo l’era dello stato liberale e della democrazia liberale renderà di nuovo competitiva la comunità ungherese, ovviamente nel rispetto dei valori del cristianesimo, della libertà e dei diritti umani (...) La nazione ungherese non è un mero gruppo di individui, ma una comunità che deve essere organizzata, rafforzata e costruita. In questo senso, il nuovo stato che stiamo costruendo in Ungheria è uno stato illiberale, non uno stato liberale».2

Sviluppi preoccupanti

Nella sua interpretazione di questi eventi nella storia recente dell’Ungheria, il filosofo viennese Hans Schelkshorn rimanda alle argomentazioni programmatiche del francese Alain de Benoist, ideolo-go della Nuova destra,3 che secondo Schelkshorn aveva in mente esattamente lo stesso obiettivo di sviluppo politico perseguito ora
da Viktor Orbán con la sua democratica trasformazione della democrazia.

I capisaldi sono: alla base dello stato non c’è l’individuo tutelato dai diritti umani, ma una comunità etnica, con i medesimi valori e la medesima cultura. Orbán fa derivare questi valori da un cristianesimo da lui definito in base alle sue conseguenze pratiche. La fratellanza è principalmente legata al proprio gruppo etnico.

Sebbene ci siano molti gruppi etnici nell’umanità (quindi non ne dovrebbe derivare alcun razzismo, come nel fascismo), uno stato, una nazione può funzionare solo se è composta da un unico gruppo etnico. Questa secondo Schelkshorn è la ragione fondamentale per cui Orbán per ragioni ideologiche non può accogliere rifugiati musulmani.

I riferimenti social-romantici alla patria e alla comunità porterebbero inoltre Orbán a diffidare dei diritti umani: «La mia impressione personale è che l’élite dell’Europa, quando sono in gioco questioni di natura spirituale, si fermi a discutere solo temi superficiali e marginali. Cose belle come i diritti umani, il progresso, la pace, l’apertura, la tolleranza. Nel confronto pubblico non parliamo dei problemi fondamentali, cioè da dove derivino veramente queste belle cose. Non parliamo di libertà, non parliamo di cristianesimo, non parliamo di nazione e non parliamo di orgoglio. Detto in modo brutale: oggi nell’opinione pubblica europea domina un bla bla bla europeo-liberista su bei temi, ma marginali».4 Orbán sa da sé come essere un vigoroso anti-democratico. Ma secondo l’analisi di Hans Schelkshorn avrebbe intrapreso la strada della Nuova destra.

In ogni caso, dalla caduta del Muro l’Ungheria ha imboccato un’evoluzione turbolenta. C’è chi diagnostica una tendenza di fondo non democratica, altri parlano di una «putinizzazione» dell’Ungheria (e di altri paesi del Gruppo di Visegrad), l’Unione Europea sta cercando di controllare il processo attraverso le procedure previste dal diritto europeo e di ridurre i danni alla democrazia in un paese membro.

Ma anche all’interno dell’Ungheria emerge una resistenza a questo sviluppo. Dopo anni di silenzio, si profila un’opposizione non solo alle leggi sul lavoro, ostili ai lavoratori, ma contro la trasformazione della democrazia in quanto tale.

E le Chiese cristiane?

Si vedrà se la trasformazione della democrazia che Viktor Orbán sta portando avanti potrà essere influenzata dall’emergere di un’opposizione sempre più unita. Ma è certo che le grandi Chiese dell’Ungheria5 non ostacoleranno i suoi piani, al contrario. Ci sono diverse ragioni per pensarlo, come mostra l’esempio della Chiesa cattolica.

La Chiesa cattolica di Ungheria è influenzata dal «giuseppinismo», l’impianto che caratterizzò i rapporti stato-Chiesa sotto Giuseppe II d’Asburgo. Era stato così anche durante il comunismo. I preti erano pagati dallo stato. E anche sotto Viktor Orbán sono sostenute economicamente le Chiese che sono leali. Alle piccole, come quella del pastore Gabor Ivanyi, socialmente molto impegnato, che si è separata dalla Chiesa metodista, sulla base di una nuova legge sulla Chiesa dovrebbero essere tolte le risorse statali che sono fondamentali per la loro sopravvivenza.6

È questo uno dei motivi per cui il presidente della Conferenza episcopale ungherese ha difeso l’atteggiamento controverso del governo del primo ministro Viktor Orbán nell’ambito della politica migratoria: «Ci possono essere alcuni punti criticabili ma il governo ha cercato di difendere l’Europa e il paese stesso», ha detto il vescovo Andras Veres di Györ secondo quanto riferito dall’agenzia stampa dei vescovi italiani SIR (14.9.2018).

Viktor Orbán aveva già ricevuto dal vescovo László Kiss-Rigó sul Washington Post ampio sostegno alla politica dei rifugiati, criticata a livello internazionale. Aveva suscitato scalpore con le sue parole drastiche: «Questi non sono profughi. Questa è un’invasione (...) Vengono qui e gridano “Allah è grande”. Vogliono prendere il controllo».

Il vescovo aveva espresso pieno accordo con il suo primo ministro, mentre accusava papa Francesco di non conoscere la situazione. I rifugiati musulmani sarebbero una minaccia per i «valori cristiani universali» dell’Europa. Non meritano sostegno perché hanno soldi. Inoltre lasciano spazzatura e si comportano in modo «arrogante e cinico».7

Un’esternazione di questo tono da parte di un vescovo cattolico romano fa venire il dubbio che nel momento dell’ordinazione gli sia stato aperto sul capo non il Vangelo, ma la dichiarazione politica del calvinista Viktor Orbán. Sono dunque solo i soldi che contano? O è la tentazione dello scetticismo verso la democrazia che da secoli perdura nella Chiesa cattolica? O magari è la speranza che ancora una volta uno «stato cristiano» faccia ritornare cristiane le persone che hanno imparato ad apprezzare la loro libertà e i contesti liberal?

Lo scetticismo cresce

Ci sono naturalmente anche esempi in controtendenza rispetto al sostegno aperto di gran parte della leadership ecclesiale alla trasformazione della democrazia attuata da Orbán. Un parroco si è espresso contro le istruzioni da parte del governo sui rifugiati che congelavano al freddo. Anche Asztrik Várszegi, abate dell’Abbazia benedettina di Pannonhalma nell’Ungheria occidentale, «ha accolto rifugiati con un gesto dimostrativo. Il parroco di Mako nel Sud-est dell’Ungheria, Zoltán Pálfai, ha condannato in un accorato appello la persecuzione del governo Orbán prima del referendum contro le quote UE del 2 ottobre, invalidato dalla scarsa affluenza alle urne. Il parroco Nemeth si è mosso nella sua comunità all’azione e all’aiuto dove c’era tanto bisogno».8

I media hanno riferito che anche il vescovo di Vac, Miklos Beer, avrebbe recentemente assicurato il suo sostegno ai manifestanti contro il governo di Orbán.9 L’ampio fronte dei vescovi ungheresi che ritiene corretta la strada di Orbán si sta sbriciolando. Soprattutto la politica di Fidesz che propaganda odio contro i profughi dà evidentemente da pensare a vescovi come László Varga di Kaposvár e Janos Szekely di Szombathely.

Tuttavia non si può ignorare che la netta maggioranza dei cristiani praticanti sostenga «la politica illiberale» di Viktor Orbán, non da ultimo perché è diretta contro il comunismo, il liberalismo, l’internazionalismo, l’immigrazione e la relativizzazione dell’autonomia nazionale che è alla base della visione di un’Europa unita.

 

Paul M. Zulehner

 

1 M. Chapman, «Ungarns Regierung schafft die Demokratie ab», in Tages-Anzeiger, 20.12.2010 (intervista con Bernhard Odehnal).

2 Questo passo è preso da un’allocuzione che Orban ha tenuto il 26.7.2014 nella città romena di Bile Tunad (in ungherese: Tusnádfürd): bit.ly/2DmohKe. Cf. anche Regno-doc. 17,2018,577.

3 H. Schelkshorn, «Wider die Instrumentalisierung des Christentums. Zur Unvereinbarkeit von neorechter Ideologie und christlicher Moral» (Contro la strumentalizzazione del cristianesimo. Sull’incompatibilità tra l’ideologia della Nuova destra e la morale cristiana), in W. Lesch (a cura di), Christentum und Populismus. Klare Fronten?, Herder, Freiburg 2017, 26-37.

4 V. Orbán, in Weltwoche (2015) 46, dicembre 2015.

5 Un’eccezione è la Chiesa luterana, che ha sempre fatto commenti scettici sul corso intrapreso dal governo.

6 Un obiettivo di questa legge è stato anche di togliere l’appoggio finanziario alle voci ecclesiali critiche: «Tamás Lukács [presidente della Commissione per i diritti umani nel Parlamento ungherese] non ha paura di dire apertamente le ragioni per cui la richiesta di Ivanyi è stata respinta: “Perché pensa che continueremo a finanziare la sua istituzione? Solo perché il precedente governo, a cui lui era politicamente vicino, gli ha dato fondi pubblici? Pensa che questa sia una pratica religiosa? Bisogna decidere se si preferisce occuparsi di fede o di politica», ha detto Lukács all’emittente NDR (bit.ly/2DWYWYN).

7 Frankfurter Allgemeine Zeitung, 8.9.2015.

8 G. Mayer, «Der widerspenstige gute Hirte von Körmend», in Der Standard 9.1.2017.

9 Kathpress 18.12.2018. È però isolato nella Conferenza episcopale.

Tipo Articolo
Tema Politica Vita internazionale
Area EUROPA
Nazioni

Leggi anche

Attualità, 2019-2

Austria - Chiesa: stentata trasparenza

La visita nella diocesi di Klagenfurt dopo le accuse al vescovo. Un caso esemplare

Paul M. Zulehner

La diocesi austriaca di Gurk-Klagenfurt sta vivendo da alcuni mesi un periodo di grande tensione, che è andato sempre più in crescendo. Vale quindi la pena, controllando le emozioni, considerare separatamente alcuni aspetti, che nella realtà dei fatti si trovano strettamente intrecciati e si acuiscono a vicenda.

 

 

Attualità, 2018-18

Al tappeto?

Sostenere papa Francesco individuando le maggiori sfide pastorali: dai 150 contributi nascerà un volume

Paul M. Zulehner

Nelle ultime settimane gli attacchi a Francesco si sono intensificati. Su questo sfondo è sorta la nostra iniziativa Pro papa Francesco. Come primo passo abbiamo redatto una lettera aperta al papa. In essa si ricorda brevemente in apertura l’ostinata opposizione contro di lui come l’occasione che ci ha spinti a scrivergli la nostra lettera d’incoraggiamento. Poi si apprezza la sua cultura pastorale. Questo passo della lettera sfocia nel sogno del papa di una «Chiesa madre e pastora». Si assicura al papa che i firmatari della lettera aperta condividono questo sogno.

 

Attualità, 2015-3

Non come latte e miele

Le Chiese nell'Europa centro-orientale dopo il comunismo

Paul M. Zulehner
Non si tratta di riandare col ricordo al tempo che fu. Ma di reimparare la lezione di quegli interminabili anni che segnarono profondamente le Chiese e le società dell’Est europeo, analizzando i cambiamenti reali e le illusioni spezzate. Abbiamo chiesto al sociologo Paul Michael Zulehner un bilancio al futuro. «Le Chiese dell’Europa centro-orientale hanno davanti a sé un tempo nel quale occorre imparare il libero scambio di opinioni, il dialogo aperto, la critica e l’elaborazione collettiva dei conflitti, pena il rischio di trovarsi come un corpo estraneo non libero in mezzo alle culture della libertà riconquistata, specialmente per ciò che riguarda gli intellettuali le donne e i giovani. Non è saggio scambiare il vecchio nemico del “comunismo” (orientale) con il nuovo nemico del “liberalismo” (occidentale). La forza delle Chiese di domani deve venire di nuovo dall’interno del Vangelo, e non da un’inimicizia che ha il fiato corto. Le Chiese devono prendere posizione per qualcosa, e non combattere contro qualcosa». Papa Francesco mostra magnificamente come si fa. Dopo avere analizzato i casi lituano, russo (Regno-att. 1,2015,8), ungherese (cf. Regno-att. 2,2015,79), presentiamo, attraverso le testimonianze raccolte da Francesco Strazzari e da Sarah Numico, altri quattro paesi: Slovacchia, ex Germania orientale, Serbia e Bulgaria.