Quando si parla di stimmate il pensiero va innanzitutto a Francesco di Assisi. È giusto che sia così: è da quando egli sul crudo sasso tra Tevere e Arno ricevette da Cristo l’ultimo sigillo (cf. Dante, Paradiso, XI, 106-108) che quei segni nella carne sono collegati in primis al poverello di Assisi. Eppure la prima comparsa in ambito cristiano di questa parola riguarda un’altra figura, la più decisiva rispetto all’annuncio evangelico diretto alle genti.
Leggere la vicenda manzoniana dell’Innominato all’epoca di papa Francesco produce risonanze particolari. Si è condotti quasi inevitabilmente a riflettere sulle dinamiche proprie della misericordia, parola chiave che anima i capitoli dedicati alla conversione del celebre personaggio dei Promessi sposi.
Alla luce del Vangelo, la comunione è una realtà ancor più alta della comunità. O meglio ancora, la comunione è la comunità in cui è scomparso ogni contrasto.
La simbologia legata al sale è molteplice, infatti questa sostanza è dotata di vari usi. Limitiamoci al fatto che il sale insaporisce i cibi. Dà gusto agli altri, mentre, se assunto in modo diretto, è pessimo al palato. La lampada è accesa non già per essere vista ma per far vedere; se si guarda direttamente la fonte luminosa, lo sguardo rimane abbagliato per eccesso di vigore. Analogamente il sale dà sapore, mentre in se stesso è immangiabile. Esso svolge una funzione positiva solo nella misura in cui si disperde: per il sale donare sapore agli alimenti comporta la perdita della propria identità.
Un detto di Buddha afferma che la forza dei bimbi è il pianto; si può aggiungere che quella dei più piccoli tra i piccoli è il loro bisogno esigente e inerme. Quando si è adulti questa forza si tramuta in debolezza: il bisogno non cattura più, di per sé, la premura altrui.
Quando si è presi dal fascino della lettura, tra le pagine e il loro lettore si instaura un rapporto affettuoso e intimo. Leggere significa star soli con il proprio libro: gli occhi importano assai più della voce. L’espressione «i miei libri» riguarda la proprietà in larga misura solo nel caso del collezionista o del bibliofilo; per il lettore appassionato indica invece una collezione di esperienze, di ricordi e di immagini che poco hanno da spartire con il possesso materiale. Tutto ciò vale anche per la Bibbia? Questa prassi solitaria è applicabile pure al «Libro dei libri»? Per rispondere, iniziamo da una considerazione che suona, ma non è, un semplice gioco di parole: la Bibbia non è solo il «Libro dei libri», è anche un «Libro di libri (o di libretti)».
Chi è un ebreo? Dall'antichità e fino a oggi, la distinzione tra appartenenza religiosa all'ebraismo e appartenenza etnica/nazionale al popolo ebraico ha avuto confini variabili e cangianti.