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Parole delle religioni

Parole delle religioni

Maria Maddalena apostola. Dalla figura penitenziale alla testimone della risurrezione

P. Stefani
Nella pietà cristiana, a motivo del formarsi di un agglomerato di passi evangelici non suffragati da alcuna autentica base testuale, si è creata l’icona di Maria Maddalena vista come peccatrice penitente. Se da un lato il polo del peccato è rappresentato nella maniera più prevedibile legandolo alla sregolatezza nella vita sessuale, dall’altro il senso del pentimento è stato, nonostante tutto, trasmesso in maniera alta collegandolo alla scelta di amare Gesù senza compromessi. Amore richiama amore: al prostrarsi penitente ai piedi del Maestro, corrisponde l’amore di Gesù che perdona e risana. Secondo il messaggio proprio dei Vangeli, Maria di Magdala non è riconducibile, però, a quest’ambito; a lei è affidato un compito più decisivo: essere testimone del Risorto; ovverosia, come si usa dire, essere apostola degli apostoli.

Noi non taceremo. Come se tutto dipendesse da noi

P. Stefani
Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza. La Rosa bianca non vi darà pace». Così si legge nel quarto volantino distribuito, in piena guerra, da ragazzi che accettarono il rischio, ben reale, di mettere in gioco le loro vite per dire di no al nazismo. È un appello che viene dall’esterno, perché la voce della propria coscienza va ascoltata; a volte, però, occorre che giunga, da fuori, una parola che la ridesta. Lasciata a se stessa la coscienza non basta; essa, come tutto il resto nella vita, è, infatti, cammino e non un dato.

Sulla tradizione. Riti, celibato e qualche ipocrisia

P. Stefani
Le truppe ottomane avevano appena conquistata Costantinopoli quando Niccolò Cusano scrisse il suo De pace fidei (1453). L’opuscolo si apre con un sogno apocalittico. La scena iniziale, infatti, è una visione celeste. Da essa prende le mosse un dialogo in cui da una parte sono presenti i rappresentanti di vari gruppi religiosi o etnici, mentre dall’altra vi sono i veri protagonisti delle tre parti in cui è diviso il libro: rispettivamente il Verbo, Pietro e Paolo. Le prime due sezioni, poste sotto il predominio del Logos, esprimono la portata universale dei misteri cristiani della Trinità e dell’incarnazione. La terza è invece dominata dalla questione dei riti.

Inattese risorse. La forza dei bambini

P. Stefani
Un detto attribuito a Buddha afferma che il potere dei bimbi piccoli è il pianto.1 Come sanno molti genitori, esso può assumere un aspetto paragonabile a quello della vedova di cui parla il Vangelo, la cui insistenza mosse a intervenire anche il giudice iniquo (cf. Lc 18,1-8). Il martellante ripetersi del pianto smuove dalle coltri anche la persona più avvinghiata dal sonno. Tuttavia sarebbe inadeguato declinare l’aforisma antico solo in questo modo. La forza dei più piccoli sta anche nel loro bisogno esigente e inerme. La loro totale dipendenza ha la capacità di muovere gli altri a prendersi cura di loro. Così è, o così dovrebbe essere.

Nell'antica Baghdad. Fede e appartenenze

P. Stefani
Vi è un modo rassegnato di vivere la propria appartenenza. Ciò avviene quando si è in una situazione e ci si resta, senza entusiasmo, per il solo fatto di non riuscire, per mancanza di coraggio, di risorse o per motivi più oggettivi, a trovare una collocazione migliore. La rassegnazione ha luogo quando sono i fatti e gli avvenimenti (grandi o piccoli che siano) a guidarci. Allora si abdica alla facoltà di scegliere. Affermare il ruolo insostituibile della decisione non equivale a proclamare il primato del cambiamento. Si possono ripetere ogni giorno le stesse azioni senza che vi sia il benché minimo barlume di rassegnazione: è così quando, giorno dopo giorno, si pronuncia il proprio sì a quanto si sta facendo, vale a dire quando non si agisce in una determinata maniera per la sola ragione di averlo già fatto.

Onora tuo padre e tua madre. La presenza di Dio attraverso loro

P. Stefani
Onora tuo padre e tua madre».1 Il fortunato libro di Gad Lerner Scintille inizia con una pagina che, lo si comprende a prima vista, è stata scritta da ultimo. Non è una prefazione, né una nota di ringraziamento: è una giustificazione per i molti passi – schietti fino all’eccesso – dedicati al padre, e in subordine alla madre, presenti nel libro. Si tratta di giudizi severi e, per il lettore, non di rado imbarazzanti. Nelle prime righe del testo ci si imbatte in un richiamo a una parola antica. Il riferimento ha un valore apologetico. Attraverso di esso, Lerner vuole far balenare l’idea che la conflittualità del figlio nei riguardi del proprio padre possa tramutarsi in una forma di rispetto tanto nei confronti di sé stessi quanto di colui che ci ha dato la vita. Per far ciò, egli si appella ai Dieci comandamenti. Nella sua versione originale, il precetto di onorare padre e madre fa ricorso all’imperativo ebraico kabbed (cf. Es 20,12). Lerner, giustamente, ricorda che l’etimo della radice verbale kbd è contraddistinto dall’idea di peso. Nella sua lettura lo scopo del comandamento andrebbe perciò individuato nella capacità di dare il «giusto peso» ai genitori. Si tratta di un atteggiamento adulto che consente un ritorno solo dopo che è avvenuto un distacco. Scintille simboleggia tutto ciò attraverso il comando biblico rivolto ad Abramo di uscire dalla propria terra, dal proprio parentado e dalla casa di suo padre (cf. Gen 12,1).

Gli scandali e la riconciliazione. «Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli»

P. Stefani
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli » (Mt 18,10).1 Viene dato per scontato che questi «piccoli» siano «bambini» e che il passo ben si attagli al più vulgato – ma anche doloroso – scandalo che si sta manifestando, in questi ultimi tempi, all’interno della Chiesa cattolica: la violenza sessuale sui minori. È così? Se guardiamo alle intenzioni più profonde del testo, ma anche alle sue più penetranti ricadute attuali, la risposta deve essere negativa. Va da sé che il testo evangelico non si riferisce in modo diretto alla pedofilia; il punto, tuttavia, non sta qui; piuttosto bisogna chiedersi se la frase si riferisca davvero in modo diretto ai bambini. Se così non fosse, chi sono allora i piccoli di cui si parla?

L'etica dei visitatori. Essere malati esige che vi sia al fianco uno che ti sorregge

P. Stefani
A volte sono in luoghi periferici o addirittura in vecchie ville isolate; altre volte sono agli angoli delle nostre strade in vecchi palazzi riadattati. È dato passarvi sotto anche più volte al giorno. Si conoscono persino i loro nomi, in certi casi inconsapevolmente beffardi: «Anni verdi», «Il focolare», addirittura «Paradiso»… In fondo, però, ciò vale, in nuce, anche per il loro nome comune: «casa di riposo». Nonostante la vicinanza, restano «mondi altri», almeno fino a quando non si ci si trova nelle circostanze di andarvi a trovare qualcuno. Tuttavia, a ora incerta, si è pure assaliti dal pensiero, per lo più presto allontanato, di dover finire lì i propri giorni. Allora si è, non di rado, di fronte a dei «mai» riferiti a sé, ma anche ai propri cari, che restano tali fino a quando quei luoghi non risolvono un problema del quale non sapremmo, altrimenti, come venire a capo. A questa forma consolidata nel tempo, in anni più recenti, se ne sono aggiunte altre. Per alcune di esse non si è osato trovare un termine italiano: è il caso dell’hospice. Qui i nomi sono più diretti: non si riesce troppo a fingere. Spesso si tratta di un nome e di un cognome: tutto lascia credere che siano quelli di una persona che ha preceduto gli «ospiti» sulla stessa via; ora sono i suoi parenti che, per ricordarlo, cercano di rendere meno aspre le sofferenze altrui.

L'attualità di antichi detti. Le quattro misure per l'uomo e l'autorità

P. Stefani
I Pirqè Avot («Capitoli dei padri») sono una raccolta di detti di maestri ebrei redatta attorno alla metà del III secolo e.v. Contengono massime che risalgono a varie epoche, alcune delle quali sufficientemente antiche. Quei detti si sono stratificati nei secoli e sono stati citati e commentati fino a oggi. Nonostante questa lunga trafila, alcuni di essi mantengono tratti di enigmaticità. Rientra in quest’ambito la massima: «Ci sono quattro misure [vale a dire modi di comportamento] per l’uomo. Quel che dice il mio è il mio e il tuo è tuo. È la misura della spartizione. Ma c’è chi dice: è la misura di Sodoma. Il mio è tuo e il tuo è mio: un ignorante. Il mio è tuo e il tuo è tuo: un pio. Il mio è mio e il tuo è mio: un empio» (m. Avot 5,10).

La laicità dei credenti. Non si è nella fede una volta per tutte

P. Stefani
In Italia le più consuete definizioni di «laico» avvengono per negazione. Il procedimento vale tanto per il versante civile quanto per quello ecclesiale. Nel primo caso per «laico» si intende una persona che non basa le proprie convinzioni e i propri comportamenti su valori o pratiche religiosi; dal canto suo, in seno alla Chiesa, il laico è un fedele che non ha ricevuto l’ordine sacro o che non vive in uno stato di vita consacrata. La prospettiva muta se ci si basa su un’affermazione positiva di «laico», vale a dire se si indaga su quanto egli innanzitutto è, e non su quel che egli non è. In questo ambito ci viene in soccorso l’etimologia: il termine deriva dal greco laos, «popolo». Ciò dovrebbe indirizzarci verso la ricerca di quanto è comune: il popolo è una dimensione di cui tutti facciamo parte. Si è in grado perciò di prospettare questa prima pista di riflessione: la laicità attiene a quanto è comune, a quel che ci accomuna o, con maggiore precisione, essa verte su quanto costituisce la base su cui poggia tutto il resto.