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Parole delle religioni

Parole delle religioni

Dio e gli dei. Le fedi monoteiste e la traducibilità delle culture

P. Stefani
È accusa ripetuta e da non prendere alla leggera che la comparsa di religioni, per comodità classificatoria chiamate monoteiste, abbia inferto un duro colpo alla traducibilità delle culture. Il confronto con riflessioni del tipo di quelle proposte da Jan Assmann1 si pone, in effetti, come un terreno inevitabile per ogni persona di fede che non voglia abdicare alla dignità del pensiero. Una linea di risposta a questa obiezione sta nel chiedersi quale grado di permeabilità reciproca sia restata entro le stesse religioni monoteiste e in particolare in quelle che – anche qui a motivo di un’accettata consuetudine – si dicono abramiche. Va comunque subito precisato che, all’interno di questo filone, altro è il discorso relativo ai fatti e altro quello concernente il diritto.

Teodicea e ironia. Un elogio della tolleranza

P. Stefani
Vi è una parola coniata da un grande intelletto che ormai da tre secoli circoscrive un territorio in cui anche gli ingegni più acuti sembrano scivolare verso posizioni indifendibili: si tratta del termine «teodicea». Coniata dal grande Leibniz, alla lettera essa significa «giustificazione di Dio». La sfida, di non poco conto, è di scagionare la bontà divina da ogni responsabilità per i mali del mondo. Per questo motivo il filosofo tedesco dichiara apertis verbis di sperare di riuscire nell’impresa di portare a termine i suoi ragionamenti in quanto «difendo la causa di Dio». Si tratta di un’operazione destinata a un inevitabile naufragio a motivo del fatto di essere, per definizione, «teo-logica», vale a dire costretta a presentarsi come un discorso su Dio. Il tarlo di ogni teodicea sta nell’impossibilità di presentarsi come una parola rivolta a Dio, come avviene nel caso della lode, della domanda o persino della protesta di Giobbe. Anche nel caso in cui la difesa fosse persuasiva, essa, perciò, avverrebbe pur sempre al cospetto degli uomini e non coram Deo.

Cantare insieme. Unicità di un legame che nega le individualità

P. Stefani
In base a una consuetudine discutibile ma consolidata, uno dei primi parametri per giudicare la nuova edizione di un’enciclopedia o di un dizionario tematico è di andare a vedere quali voci mancano o, in subordine, specie se si tratta di Garzantine, di soppesare quante righe sono state concesse a un lemma rispetto a un altro. Si tratta di prassi spesso mosse da intenti polemici e quindi, per lo più, di basso profilo. Tuttavia a volte si è spinti dall’autentico desiderio di vedere se sia presente quanto riteniamo importante e si patisce una certa delusione se non lo troviamo. È, per esempio, raro rinvenire nei dizionari biblico-teologici una voce dedicata in modo esplicito al canto (o, in senso più lato, alla musica). Ovviamente non è vero il contrario; nei dizionari liturgici o musicali compaiono sempre riferimenti biblici. Da ciò consegue che, per limitarci all’esemplificazione più ovvia, le maniere a noi accessibili di cantare i Salmi sono slegate dai procedimenti volti a favorire l’originaria comprensione del testo e viceversa.

I monumenti della memoria. Le vittime della Shoah come religione civile dell'Occidente

P. Stefani
Dopo ogni celebrazione del giorno della memoria si discute sulle modalità del suo svolgimento e sulla sua efficacia. Il giudizio generale non è confortante; tuttavia, date la costellazione e la varietà delle iniziative, le valutazioni sono articolate e difficili da riassumere. Alberto Cavaglion, precoce, in tempi non sospetti, nel denunciarne i rischi, ora invita a discernere tra momenti celebrativi ricchi e spettacolarizzati e il lavoro povero condotto tra mille difficoltà all’interno delle strutture scolastiche da insegnanti, che assumono la giornata come occasione per inculcare nei giovani contromisure all’imbarbarimento delle nostre attuali società. Molte osservazioni legate alla dinamica propria di quanto è istituzionalizzato colgono nel segno. Vanno registrati però anche fenomeni che camminano, per così dire, sulle loro gambe: più che essere imposti si autoimpongono, per lo più, attraverso l’imitazione.

Vignette e storielle. Umorismo e religioni

P. Stefani
Vi è stato un piccolo ritorno di fiamma del grande incendio legato alla vicenda delle vignette su Muhammad che nel febbraio del 2006 fece il giro del mondo (cf. Regno-att. 4,2006,73). Uno dei caricaturisti danesi è stato minacciato, si è dovuto barricare in casa ed è intervenuta la Polizia che del resto da tempo gli ha fornito una scorta. Sotto la cenere qualcosa continua a bruciare; le differenze culturali tra Occidente secolarizzato e islam ideologizzato sono infatti lungi dal placarsi. Entrambi i poli costituiscono un inedito rispetto alla storia che li ha preceduti: il confronto/scontro sarà ancora lungo. In relazione alla vicenda di quattro anni fa, questo punto specifico è stato ben sintetizzato da Jean Delumeau quando scrisse: «Il disaccordo profondo che chiarisce l’attuale affaire viene dunque da questo: i musulmani accusano di bestemmia delle persone per le quali essa non esiste affatto…».

Sulla soglia della chiamata. Il cammino di Abramo

P. Stefani
Una delle promesse che Dio collega alla chiamata di Abramo è di rendere grande il nome del patriarca (cf. Gen 12,2). Essere tuttora convocati nel nome di Abramo non è realtà scontata. Irriducibile è la differenza tra il suo nome e quelli che, diffusi fra tutte le famiglie dell’adamà (suolo, terra), possono, ai nostri giorni, rivendicare a loro stessi l’universalismo greve della globalità.1 Questo tipo di grandezza spetta non all’antico patriarca biblico, bensì ai sinuosi caratteri bianchi su sfondo rosso della Coca cola. In questo caso è arduo invocare la benedizione estesa ai popoli, mentre si è costretti a prendere effettivamente atto che la scura, effervescente bevanda è davvero diffusa in tutti gli angoli del globo.

La consolazione del Signore. La capacità di accogliere il dolore altrui

P. Stefani
L'atto di misurarsi con quanto è accaduto e non dovrebbe mai essere stato sembra condannato a presentarsi come uno scacco. È avvenuto quel che l’animo paventava e il cuore temeva; oppure è successo quanto era imprevisto e che, ora, sconvolge la vita. Si è avverato l’evento che non si sarebbe mai voluto vedere, ha avuto luogo la disgrazia che lo sguardo non avrebbe mai desiderato incontrare e si è colpiti da un male che devasta l’esistenza. Allora è il tempo dell’afflizione, dello sconforto, dell’amarezza. I modi per reagirvi e per non cadere in quella che ai nostri giorni si definirebbe depressione possono coprire una vasta gamma: ribellione o rassegnazione, ricordo od oblio, metterci una pietra sopra o impegnarsi con memore consapevolezza a favore di altri. Ci è dato persino di trovare qualche conforto e di versare del balsamo sulle nostre ferite; non è davvero concesso di consolarci.

Il congedo da sé. Di generazione in generazione

P. Stefani
Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa» (Qo 1,4). Nonostante l’abuso da esso subito nel corso della disputa galileiana, il verso del Qoèlet resta bellissimo nel suo contrapporre due antitetici verbi di moto a un imperturbabile, statico fondale. In prospettiva globale, le parole esprimono quanto, rispetto al soggetto individuale, sarà detto più oltre sostituendo «polvere» a «terra»: là si individuerà in quella materia leggera il luogo dell’andare e del ritornare di ogni singolo vivente (cf. Qo 3,20; Gen 3,19). Gli altri elementi – il sole (fuoco), l’aria (vento), l’acqua (fiumi) – girano e rigirano (cf. Qo 1,5-7), gli esseri viventi vanno e vengono, la terra resta immobile. Secondo un approccio cronologico il venire al mondo precede il congedo; tuttavia per lo spirito proprio del testo l’ordine deve essere l’inverso, che meglio individua quanto più di ogni altra dimensione caratterizza l’esistenza umana: il suo venir meno.

Bibbia e politca. Il caos dall'alto

P. Stefani
Non si può affermare che il libro dei Giudici sia tra i testi più letti della Bibbia. L’imbarazzo inizia dalla stessa difficoltà di comprenderne il titolo: chi sono gli shofetim (giudici)? Stando agli usi del verbo semitico shafat, da Mari (XVIII sec. a.C.) a Ugarit (XIII sec. a.C.), ai testi fenici e punici dell’epoca greco-romana (cf. i suffeti di Cartagine), essi furono autorità che, oltre ad amministrare la giustizia, avevano anche un potere di governo (cf. Mt 18,28). Vale a dire che i giudici costituirono un’istituzione intermedia tra il regime tribale e quello monarchico. Collocati tra l’esodo dall’Egitto e la nascita della monarchia, sembrerebbe di doverli interpretare così anche in Israele. Questa griglia di lettura è però insufficiente.

La narrazione. Due modi di raccontare la storia ebraica

P. Stefani
Nel libro del Deuteronomio vi è un passo famoso anche perché, in seguito, posto al centro della cena pasquale ebraica (seder). Esso, fin da epoca antica, fu diversamente inteso. La sua peculiarità più stringente è di concentrare in poche righe tutta la storia del popolo d’Israele. Per questo, secondo un’autorevole teologia biblica in auge qualche tempo addietro (cf. G. von Rad), il brano era considerato esempio per antonomasia di «piccolo credo storico». Prima di trascriverlo, conviene compiere un cenno sulla sua ambientazione letteraria.