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Parole delle religioni

Parole delle religioni

Paolo e Agatone. Frammento di un dialogo immaginario

P. Stefani
Agatone: Paolo voglio domandarti una cosa, da quel giorno sull’Areopago (cf. At 17,16-34) mi è rimasta una curiosità; come sai l’essere curiosi è un atteggiamento tipico di noi filosofi, specie se ateniesi. L’hai visto davvero quell’altare con su scritto «a un Dio ignoto»? Girando per strade e piazze con i miei occhi non ho mai scorto una scritta simile a quella.

Comprendere: l'ardimento intellettuale di Tommaso d'Aquino

P. Stefani
Nel quarto canto del «Paradiso» Dante domanda a Beatrice di chiarirgli il modo in cui le anime sono collocate nei vari cieli. La destinazione ultraterrena, da lui osservata nel cielo della luna, sembra infatti dar ragione a Platone, che nel Timeo prospettava la sorte ultima delle anime come un ritorno all’origine, il che comporterebbe la loro preesistenza. La risposta di Beatrice smentisce l’ipotesi: in realtà tutti i beati stanno nell’empireo; il loro manifestarsi nei singoli cieli è apparente, non reale. La loro disposizione visibile viene giustificata (e si tratta di una precisazione fondamentale) dalla necessità di tener conto della componente legata ai sensi.

Padre onnipotente. Un Dio che guarda con amore il suo mondo

P. Stefani
Il trascorrere delle età fa mutare la maniera di percepire molte affermazioni. Le si ripete, ma esse risuonano in modo diverso. La massima non perde di valore se applicata ai dettami della fede. Anzi in quest’ambito, spesso, un simile procedere risulta più intenso. La prima proposizione contenuta nel Credo, che qualifica Dio come «Padre onnipotente creatore del cielo e della terra», ha creato, per molti secoli, pochi problemi. A livello generale ciò è avvenuto perché l’onnipotenza era da tutti collegata alla creazione. Chi altri, se non chi può tutto, sarebbe stato in grado di dar origine al sole, alla luna, alle stelle, alla terra e all’acqua, alle piante, agli animali e, infine, al genere umano?

Il santo ateismo del buon Samaritano

P. Stefani
Qualche anno fa la Pontificia commissione biblica pubblicò un documento intitolato: Bibbia e morale. Radici bibliche dell’agire cristiano (2008). Si tratta di un testo posto al limitare tra il consueto e il desueto. A dirlo non è un giudizio proveniente dall’esterno, il documento stesso lascia, infatti, trapelare questo suo situarsi sulla linea di confine. Lo fa soprattutto quando si sente in dovere di precisare alcune difficoltà legate al suo «concetto chiave», quello di «morale rivelata».

Unità e pluralità. Molte sono le vie di Dio, molteplici le esperienze degli uomini

P. Stefani
A volte ci si chiede se la mistica possa essere una via d’incontro tra le religioni. La risposta è sicuramente negativa se si tratta di «religioni». Il discorso muta se, conformandosi a una terminologia consolidata, si parla di dialogo tra esperienze religiose. Nel caso della mistica il nocciolo del problema appare però articolarsi in maniera ancora diversa. In quest’area, pur essendo vero che ci si trova di fronte a un’esperienza impossibile da separare da qualche appartenenza religiosa, ci si libra, infatti, in un cielo collocato al di là delle barriere connesse a una determinata identità.

Dacci oggi la nostra Assisi quotidiana. Assieme per pregare

P. Stefani
Al centro della «nobile Bukhara» vi è una piazza costruita intorno a una vasca, la Lyab-i-Hauz (termine che significa «intorno alla vasca»). A pochi passi da lì si snoda una serie di vicoli: è ciò che resta dell’antico quartiere ebraico. La storia degli ebrei di Bukhara è costellata da fatti singolari. Il più insolito e particolare riguarda il luogo di culto. Nei primi secoli della loro presenza, gli ebrei non avevano una sinagoga. Per pregare, condividevano con i musulmani la moschea più antica della città, la Magoki Attar. Si tratta di un luogo contraddistinto da un’alta stratificazione religiosa; sotto le sue fondamenta sono stati scoperti resti di un tempio zoroastriano e, ancor più in profondità, reperti di un tempio buddhista. Secondo alcune fonti, gli ebrei utilizzavano l’edificio per le funzioni serali dopo i musulmani; secondo altre, ebrei e musulmani pregavano contemporaneamente gli uni in un angolo, gli altri in quello opposto.

Il grano e la zizzania. L'annuncio del Regno si intreccia con le parole del mondo

P. Stefani
Non son venuto qui a gettar zizzania». Un simile detto proverbiale è ancora comprensibile quasi a tutti e lo è a motivo di una, più o meno viva, reminiscenza evangelica. Se Matteo non avesse scritto quella parabola e la liturgia non l’avesse riproposta nel corso dei secoli, solo agricoltori e agronomi conoscerebbero il lolium termulentum («loglio ubriacante»), così denominato per gli effetti che può provocare (emicranie, vertigini, vomito, oscuramento della vista). Inoltre soltanto i contadini saprebbero che, a causa della somiglianza delle rispettive cariossidi, è difficoltoso eliminare la zizzania dai campi di frumento. Appellarsi a questo residuo per dire la costante forza del Vangelo sarebbe senza dubbio improprio; tuttavia può essere anche vero che questa sopravvivenza linguistica indichi qualcosa di meno estraneo al senso della parabola di quanto, sulle prime, non si creda. La parabola infatti ha a che fare proprio con il linguaggio; è ben vero però che si tratta della parola del Regno e non di una qualsiasi.

I sangui di Abele. La fratellanza come luogo di responsabilità

P. Stefani
Nelle consuete rappresentazioni cattoliche del Decalogo, le due tavole sono disposte in maniera tale da far sì che sulla prima siano segnati i tre comandamenti relativi al rapporto tra l’uomo e Dio e sull’altra i sette concernenti le relazioni interumane. A tal proposito il card. Angelo Scola, di recente, ha avuto modo di ribadire che il modello della rivelazione «ebraica e cristiana» indica «l’ancoraggio della legge morale alla verità». La correlazione attesta, da un lato, che l’adorazione va riservata solo a Dio, mentre, dall’altro, indica che i comandamenti «morali» sono tali «non perché comandati, ma perché veri».1 L’integrazione delle due tavole si fonda perciò sul primato della verità rispetto a quello dell’imperatività. Separare la dimensione pratica da quella veritativa costituirebbe, quindi, un errore moderno nato dalla scelta di rendersi autonomi rispetto al proprium della tradizione biblico-cristiana.

Il primato del dono. Interpretare il Cantico dei Cantici

P. Stefani
È contesa antica chiedersi quali siano i modi di leggere il Cantico dei cantici. Il principale luogo di differenziazione sembra essere quello del rapporto che intercorre tra la lettera legata alla relazione amorosa tra «lei» e «lui» (da dirsi in quest’ordine) e i possibili significati traslati di cui è stato caricato il poemetto biblico dell’amore. Non vi è dubbio alcuno sul fatto che si tratti di uno snodo fondamentale; eppure, anche rispetto a questo discorso, non è secondario chiedersi se, per intendere la lettera del testo, si debba puntare tutto su una relazione a due o se la dimensione del «terzo» – a iniziare da coloro che sono chiamate «figlie di Gerusalemme» – abbia un valore rilevante. Dalla scelta dell’una o dell’altra possibilità conseguono molte diversità.

Aforismi in dialogo. Alla ricerca dell'uomo interiore

P. Stefani
Proust afferma che il viaggio più vero si compie attraverso la letteratura. Quest’ultima consente di vedere la realtà con gli occhi degli altri, mentre quando si viaggia di persona non si può mai mutar occhi; per forza di cose si continua a guardare con i propri; la modifica è dei luoghi, non dell’osservatore. Se si ascolta si può però cambiare orecchi: la voce degli altri giunge a te e se l’accogli tu stesso muti in virtù di quell’incontro. Ma, si sa, è proprio del turista guardare e assaggiare, mentre gli è precluso l’ascolto.