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Parole delle religioni

Parole delle religioni

Il calcio globale. Tempo continuo e tempo frammentato dopo la secolarizzazione

P. Stefani
Una grande pagina del Deuteronomio impone di ripetere ai figli i precetti rivelati, di parlarne in casa e lungo la via, quando ci si corica e quando ci si alza (cf. Dt 6,7). Un discorso diuturno accompagna la scelta di amare concretamente Dio attraverso l’atto di mettere in pratica i suoi voleri. Anche la lingua non può restare indifferente alla realtà a cui si attacca il proprio cuore. Fin qui la parola antica. Se oggi si dovessero trascrivere queste parole nell’ambito di una religione secolarizzata che conserva, oltre a riti e liturgie, anche un eloquio che non conosce pause, bisognerebbe pensare in prima istanza al calcio.

Il terremoto pasquale. La natura devastante e la Parola cristiana

P. Stefani
Lisbonne est abîmée, et l’on danse à Paris». Questo verso del Poema sul disastro di Lisbona (1755) di Voltaire suona, forse, come il più attuale tra tutti. Ciò avviene anche perché sul principale fronte polemico del componimento la battaglia è stata vinta: i sostenitori della tesi secondo cui nel mondo tutto è bene si sono, da tempo, dileguati come neve al sole. Eventi e catastrofi dell’ultimo secolo hanno cancellato i residui ottocenteschi di facili ottimismi. I fatti hanno avuto più forza di persuasione dei ragionamenti.

La silente voce dei fiori. La gratuità come bellezza

P. Stefani
È la stagione dei fiori. La loro bellezza sta nello sbocciare, verbo divenuto così pregnante da indicare il dischiudersi stesso di ogni vita. Per quanto si sappia che i petali si allargheranno, risplenderanno, si aggrinziranno fino al loro inesorabile appassire, a primavera il boccio che occhieggia è colto dallo sguardo come un tutto, come un segno di speranza posto sotto l’ala della gratuità. Parole evangeliche ci dicono di osservare i gigli del campo che non tessono e non filano. Al loro confronto persino lo splendore di Salomone è poca cosa. Eppure si sa che è bellezza breve che oggi si schiude e domani è gettata nel forno (cf. Mt 6,28-30). Gesù nel suo paragone esorta a guardare l’erba del campo, non un fiore di albero da frutto. L’interezza dello sbocciare è racchiusa in un frammento che esprime un tutto pur non essendo un assoluto.

Il servo del Signore: tra sofferenza e riconciliazione

P. Stefani
Capita a volte che alcune espressioni restino per anni, o forse per decenni, in un limbo che non le rende né ignote, né conosciute. Le si sa e le si ignora a un tempo. Ciò avviene in molti ambiti, compreso quello della riflessione spirituale, sapienziale, biblica. Qualche formula la si è udita da molto tempo, la si è recepita, la si è persino studiata, senza per questo porsi la domanda più elementare relativa al suo significato base. Non pochi hanno sentito parlare di «servo del Signore». Alcuni sanno che nel rotolo del profeta Isaia ci sono dei canti che lo riguardano (Is 42,1-7; 49,1-9; 50,4-11; 52,13-15; 53,11-12). Altri conoscono persino l’espressione ebraica di ‘eved Adonai e non sono all’oscuro di dibattiti e interpretazioni collegati a questo personaggio. Eppure tutto ciò può coabitare con l’assenza di un interrogativo elementare, quello che si chiede se questa figura sofferente riceva la propria qualifica in quanto è una persona che sta offrendo il proprio servizio a Dio, o se, al contrario, l’espressione vada intesa dall’altro lato pensando a un essere umano di cui il Signore si serve.

Tra vita e morte. La sacralizzazione del biologico e la speranza della risurrezione

P. Stefani
Le considerazioni «sapienziali» affermano, nelle loro movenze classiche, che la vita è destinata a finire a causa della legge inviolabile che presiede ogni esistenza venuta alla luce nel tempo. Durante l’arco limitato del nostro esistere quanto importa è apprendere l’«arte del vivere», vale a dire condursi in una maniera consapevole dell’umana limitatezza; parte di questo compito è imparare pure l’«arte del morire». La qualifica di «mortali» con cui, in antico, si era propensi a chiamare gli esseri umani, esprime bene questo orientamento. Occorre perciò impegnarsi al fine di morire con dignità, rifuggendo, per quanto ci è dato, dall’umiliazione a cui l’eroe classico è sempre sottratto. Bisogna accettare l’esistenza del limite e ricavare entro di esso (eventualmente in modo preventivo) lo spazio per quel tanto di autodeterminazione che ci è concesso.

La voce delle viscere. La misericordia parola ultima di Dio

P. Stefani
Si narra che una figlia di Muhammad gli mandò un messaggero per comunicargli che un proprio figlioletto era moribondo. La risposta del profeta a questo primo appello fu devota, le fece infatti riferire che a Dio spetta sia dare sia togliere e che tutto, presso di lui, ha un termine stabilito. La invitava perciò a sopportare, così da meritarsi una certa ricompensa. Nell’Arabia dell’inizio del VII secolo venivano pronunciate le stesse parole dette molto tempo prima a Uz. In quest’ultima, misteriosa località viveva Giobbe. Quando i servi gli annunciarono la perdita di beni, di mandrie e di figli, l’uomo integro e retto accettò la propria nuda condizione e disse che spettava al Signore dare e togliere (cf. Gb 1,21).

Il senso del presente. Accettare sé stessi e accogliere la temporalità

P. Stefani
In una della pagine più antigiudaiche di Lutero si legge che di fronte all’ipotesi che Dio gli desse un messia simile a quello atteso dai giudei, egli avrebbe preferito essere una scrofa piuttosto che un essere umano. La frase, come spesso capita, viene ripetuta senza essere letta nel suo contesto. Se lo si facesse si avrebbe la conferma che i grandi sono tali anche nei loro errori. Il presupposto da cui parte il riformatore è che il Messia ebraico sia colui che riempie i suoi fedeli di beni e piaceri materiali. Anche se così fosse, graverebbe sempre sul nostro animo il pesante fardello della morte e, dopo di essa, la prospettiva, ancor più terrificante, dell’inferno e dell’ira di Dio. Ci si troverebbe, allora, in una situazione simile al caso prospettato dal tiranno Dionisio quando replicò a un tale che celebrava la sua attuale felicità, facendolo sedere a una tavola riccamente imbandita mentre aveva sopra il capo una spada sguainata appesa a un filo di seta e sotto di sé un cumulo di braci ardenti; l’ospite che si trovava in quella precaria situazione si sentì dire: «Mangia! Sii felice». Perché allora il maiale?

Matrimonio e celibato. cattolici ed ebrei: distanze e vicinanze

P. Stefani
Secondo una plausibile percezione media, l’ebraismo è più prossimo al cattolicesimo di quanto non lo sia al protestantesimo. I motivi di questa vicinanza si trovano nel valore attribuito ai precetti e alle opere. La radicale dialettica riformata sottesa alla polarità fede e opere appare più lontana della mediazione cattolica in cui, senza negare il ruolo della grazia, alle opere viene assegnato un ruolo positivo. Va da sé che molto ci sarebbe da precisare rispetto a questa precomprensione abbastanza stereotipata.

Vedere ed essere visti. Consistenza e vanità dell'immagine

P. Stefani
Chi è dotato di sensi ogni tanto si chiede cosa avvenga a coloro che sono privi di queste facoltà, cosa sia la vista per un cieco e il suono per un sordo. Inevitabilmente si è costretti a pensare a una mancanza e sulle prime non si comprende che l’espressione «essere diversamente abili» può, per una volta, venire sottratta all’aura di convenzione (a volte persino ipocrita) di cui è circondata per essere collocata in un contesto più adeguato. Nell’Istituto dei ciechi di Milano vi è un percorso accidentato privo di qualsiasi luce: in questo buio una persona non vedente conduce gli smarriti possessori di vista. Trasferito dal piano simbolico a quello della lettera, il detto evangelico viene capovolto (cf. Mt 15,14; 23,16-19): qui il cieco è guida sicura.

La sobrietà. Salvaguardia della natura e lode del creato

P. Stefani
Il 1° settembre si è celebrata la III Giornata per la salvaguardia del creato indetta dalla Conferenza episcopale italiana (CEI). Il tema di quest’anno era «Una nuova sobrietà per abitare la terra». Il messaggio di presentazione era incentrato sui consumi e sull’ombra implacabile che li accompagna: i rifiuti. Come ha argutamente scritto Maurizio Ferraris: «Come in un’allegoria barocca, le montagne d’immondizia guardano tutti gli altri miti di consumo con un sorriso egizio: “Ero quello che sei, sarai quello che sono”» (Domenicale de Il sole 24 ore, 6.7.2008). La Conferenza episcopale, nel suo linguaggio esortativo, non può concedersi battute penetranti; è obbligata piuttosto alla citazione riverente. È quanto fa fin dalle prime righe del messaggio di presentazione, là dove afferma: «È un dovere richiamato con forza da Benedetto XVI (…): “Dobbiamo avere cura dell’ambiente: esso è stato affidato all’uomo perché lo custodisca e lo coltivi con libertà responsabile, avendo come criterio orientatore il bene di tutti” (n. 7). È un impegno che ci rimanda a s. Francesco d’Assisi e alla lode da lui rivolta al Creatore per “sora nostra madre Terra”, che tutti ci sostiene».