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Riletture

Riletture

La «passione» di un bambino

Mariapia Veladiano
«In quella storia di sangue e corpi nudi che è la vita degli uomini» Pin viaggia con la furia senza pace di chi sente che ha una sua vita da vivere e che è ingiusto che il mondo ne faccia scempio. Schiacciato nel suo ruolo di fratello di una prostituta, che peraltro mezzo di quel mondo frequenta da cliente, strapazzato da Pietromagno suo padrone alla bottega, provocato sulla pistola da rubare, rito di passaggio smisurato che nessuno fra gli sfaccendati dell’osteria ha mai compiuto così terribile, pestato dai fascisti, malaccettato dai partigiani. Nel Sentiero dei nidi di ragno Calvino costruisce un’umana «passione» in cui il protagonista è un bambino che non ha nemmeno il sogno di avere un dio dalla sua parte (il testo, scritto nel 1947 e pubblicato anche nei «Meridiani» di Mondadori, è stato riletto in questi giorni da RAI Radio 3).

Donna, madre, prigioniera

Mariapia Veladiano
Quando nel 1906 pubblica "Una donna", Sibilla Aleramo ha trent’anni e almeno quattro vite sulle spalle. Sibilla Aleramo è prima figlia di una famiglia piemontese, ricca di beni e di idee, amata dal padre che lei idealizza come è normale che capiti, educata a una libertà di pensieri e di progetti alquanto singolare per una ragazza dell’epoca.

L'Osservatore delle donne

M. Veladiano
Il primo numero è un fuoco d’artificio: la santa è Giovanna d’Arco, l’articolo di attualità parla di schiave del sesso e suore, il pezzo di cultura è su Artemisia Gentileschi (c’era la mostra a Parigi). Son quasi tre anni da che L’Osservatore romano pubblica l’inserto «Donne Chiesa mondo». Così il titolo, tre parole scritte senza maiuscole e senza virgole. Quel che conta è la sequenza senza soluzione di continuità. Si parte dalle donne, donne importanti e no, importanti in modo canonico e no, si racconta il loro vivere la Chiesa e il mondo.

Don Milani e le parole consumate

M. Veladiano
C’è un potere (buono) della parola. Il credente si muove dentro questo potere buono. Lo conosce perché in principio era il Verbo, e una creazione dalla parola è qualcosa d’imprescindibile, con cui si deve fare i conti ogni volta che la tentazione dell’idolo s’affaccia nella nostra vita e nella storia. E anche perché la presenza di Dio nella storia, dopo la vicenda breve della vita terrena di Gesù, sta nella Parola e un Dio che accetta di abitare la Parola le conferma, le riconferisce un potere straordinario, uno statuto straordinario. Anche se è un potere particolarissimo, che si appella alla libertà dell’uomo che può prendere, leggere, abbandonare, farsi trasformare, disprezzare, riprendere, ricordare o dimenticare.

Quando Gaudenzia ingrassa

M. Veladiano
Il nome è difficile da portare, a dispetto del suo bel significato. La signorina si chiama Gaudenzia. Antifrastico quel che basta, vista la malinconia chiusa di questa vita giovane. Il soprannome è ancora più tremendo, Denza. Il papà è notaio in Novara, «ma il suo studio non era preso d’assalto dai clienti». La mamma è morta di parto. In famiglia c’è una sorella maggiore, Caterina chiamata Titina, e un’antica zia «zitellona, piccola, secca come un’aringa». La casa somiglia alla zia, il tempo fermato da chissaquando. La piccola immobile città somiglia alla casa. Le modiche relazioni somigliano alla città, intagliate in un bon ton solido come le colonne dei monumenti. Tutto si riproduce uguale, privo di grazia e intento. Un matrimonio in provincia, di Marchesa Colombi, è una piccola perfezione, asciutto come un rendiconto, feroce nel restituire un mondo circoscritto fatto di giorni che si lasciano dimenticare, ironico fin nel color verdebottiglia del vestito di festa che Gaudenzia riesce infine a conquistare per il matrimonio della sorella.

Pagine di catrame

M. Veladiano
Ne "Il maestro di Vigevano", di Lucio Mastronardi, c'è questo paese in cui tutti sono cattivi. Come ci si salva?

Scrutatori

M. Veladiano
Nella "Giornata di uno scrutatore" di Italo Calvino c'è l'infinito male della natura, c'è tutto il male dell'uomo che di questo dolore fa bottino per i propri fini, e c'è tutta la misura di un pensiero che non si lascia trascinare né su né giù.

Il giardino (orto) da coltivare

M. Veladiano
Il giardino (orto) da coltivare è oggi un bel richiamo alla materialità di un accudire la terra che somiglia in tutto all'accudire la vita: ogni giorno uscir da noi e vedere quel che serve all'altro, accoglierne l'ombra, riparare la paura, nel minutissimo non lasciar cadere nulla di quel che ci sta intorno.

Provvidenza: mai soli

M. Veladiano
La barca dei Malavoglia e l'esperienza di Renzo nei Promessi sposi. Destino non è Provvidenza. Provvidenza è sentire di non essere soli. Con Dio vicino o vicini noi agli uomini, non essere soli mai.

Se l'ipocrisia avvelena gli affetti

M. Veladiano
«I falsi redentori» di Guido Piovene. Se non c’è un movimento che porta fuori di sé, se lo sguardo è tutto un chiuso rivoltar sé stessi, non c’è parola né bellezza che ci salvi.