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Il Regno delle Donne

Senza presbitero no, senza popolo sì?

Eucaristie “a porte chiuse” per evitare il contagio: risonanze a bassa voce su una scelta di emergenza che forse svela ciò che veramente pensiamo della liturgia e dell’essere Chiesa che celebra. Finito il periodo di isolamento bisognerà riparlarne.

Per la prima volta la Chiesa deve fronteggiare una pandemia gestita con criteri scientifici, che consigliano l’isolamento delle persone. La situazione è difficile, a tratti inquietante, e merita tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione a cominciare dalla vicinanza (come possibile) a chi soffre ed è più solo. Non è stato per niente facile decidere che cosa fare a livello ecclesiale. La decisione di sospendere ogni attività e la celebrazione eucaristica, per seguire le indicazioni degli esperti che raccomandano l’isolamento per fermare il contagio e salvare la vita di tanti, è stata tanto faticosa quanto meritoria. D’altra parte la modalità in cui essa è stata realizzata merita qualche riflessione, perché ci aiuta a fare luce su che cosa pensiamo sia la celebrazione eucaristica e la Chiesa stessa.

Partiamo con l’osservazione che in realtà le celebrazioni non sono state sospese, ma per lo più continuano “a porte chiuse” o “senza popolo”. Questa scelta si basa sull’idea che la Chiesa non possa fare a meno di celebrare, ma di fatto dichiara con estrema scioltezza che per celebrare non è necessario riunire il popolo, se questo non fosse possibile per gravi problemi. I ministri si radunano fra loro (o con qualche fedele per evitare, meritoriamente, di celebrare da solo) e gli istituti religiosi maschili chiudono la porta realizzando una celebrazione privata. Nessuno lo farebbe se non fosse costretto, d’accordo, ma il punto è che pensiamo che, seppure in situazione di emergenza, si possa fare. Ed è proprio questo che dovrebbe farci riflettere: forse in situazione di emergenza tiriamo fuori quello che siamo davvero ed è giusto provare a vederlo.

Prima del pane e del vino, l’assemblea

Dovremmo sapere bene che, quando celebriamo l’eucaristia, anzitutto raduniamo il popolo. Si costituisce un’assemblea, non predeterminata o selezionata, ma convocata dallo Spirito: questa è la prima materia per poter poi celebrare. Il popolo convocato serve prima del pane e del vino e senza di esso non si dà eucaristia. Il ministro che di volta in volta presiede un’assemblea rende possibile con il proprio ministero (imposizione delle mani e preghiera) il gesto che l’assemblea deve compiere (prendete e mangiate) per essere un corpo solo (il corpo di Cristo reso presente proprio dall’«essere uno» di questi che mangiano l’unico pane). Va da sé che, se questa è l’eucaristia, non è possibile che essa venga celebrata se non si può radunare il popolo.

Che cosa facciamo allora in questo momento quando celebriamo “senza popolo”?

Probabilmente riattingiamo al modello tridentino secondo il quale il ministro (col popolo o senza è secondario, come il pubblico per le partite di calcio) offre il sacrificio a Dio per tutti. Non siamo più di fronte all’atto del popolo (questo il significato della parola “liturgia”), ma ad un rito del solo presbitero cui si possono associare altri fedeli presenti o (sic!) via web.

La prassi che abbiamo scelto in questa emergenza mette seriamente in discussione la riforma liturgica dell’ultimo concilio e, con essa, il modello di Chiesa che la sostiene. Il messaggio che passa è che sono i ministri che possono pensare a tutto quello che serve, il popolo deve seguire, come i tifosi la propria squadra o come i followers il loro autore di tweet. So che le intenzioni non sono queste, ma quelle di sostenere tutti con la preghiera. D’altra parte la preghiera può essere fatta a prescindere dal gesto eucaristico (pensiamo davvero che la preghiera di chi rimane senza celebrazione valga di meno di quella di chi riesce a celebrare?) che ha invece una sua precisa natura, per la quale è essenziale radunare il popolo perché possa essere reso un corpo solo dal dono che Cristo fa di sé.

Ritorno alla «societas inequalis»

Se dichiariamo il popolo accessorio per la liturgia, torniamo alla societas inequalis centrata sulla prassi sacramentale: niente sacerdozio battesimale, niente sinodalità, niente centralità dell’evangelizzazione. E, infatti, ci siamo preoccupati (fatte le dovute eccezioni) di mandare messe in streaming, non di insegnare a pregare in famiglia né di intensificare la predicazione con i canali (qui sì che le tecnologie digitali vengono in aiuto) adeguati ad un processo comunicativo come quello che la predicazione realizza e che – in questo caso si può ammettere perché l’atto non ne è snaturato – può fare a meno della presenza fisica in situazione di emergenza.

Le scelte fatte, invece, che prevedono celebrazioni “senza popolo”, non solo contraddicono l’atto liturgico eucaristico, ma dividono la stessa comunità ecclesiale: abbiamo da una parte ministri, che trovano gruppi di religiosi/religiose o qualche laico scelto con cui celebrare, e tutti gli altri tenuti fuori. In qualche modo si ripete – pur non essendo questo nelle intenzioni di nessuno – quanto Paolo denunciava nella prima lettera ai Corinzi (11,17-34) riguardo le celebrazioni che invece di realizzare il gesto di Cristo (mangiare insieme l’unico pane per essere un solo corpo) realizzavano divisioni (uno prende il proprio pasto e l’altro ha fame). Accade lo stesso oggi: alcuni celebrano e altri no, e in questo modo rendiamo la celebrazione non il luogo dell’unico corpo, ma quello della divisione.

Forse era meglio digiunare tutti

Forse digiunare tutti – ma ripeto, la situazione era del tutto nuova e difficilissima, per cui trovare la via era davvero impervio – avrebbe realizzato in modo più pieno il gesto di Gesù che ha dato sé stesso perché i suoi fossero un corpo solo e, così, vivessero in mezzo agli altri dando sé stessi come lui, come una memoria perpetua e vivente del gesto di lui.

In paesi di altri continenti spesso il popolo deve rinunciare a celebrare perché non ha chi può presiedere e quindi rendere possibile il gesto di tutti; noi forse avremmo potuto rinunciare a celebrare perché non possiamo radunare il popolo che è il protagonista del gesto eucaristico. Non è successo perché magari non abbiamo ancora maturato una tale coscienza e pensiamo che in fondo sia il presbitero il protagonista della celebrazione eucaristica, quindi di lui non si può fare a meno (vedi appunto i paesi in cui sono costretti a celebrare raramente per carenza di ministri) ma del popolo sì. Pensano questo non solo tanti ministri, ma anche gran parte del popolo che preferisce sapere che qualcuno “dice messa” alla quale ci si può unire “spiritualmente”, piuttosto che sapere di essere così indispensabile da non potersi dare celebrazione senza la possibilità di radunare il popolo stesso.

Adesso non è il momento, dobbiamo guardare all’emergenza in corso e fare il bene alla nostra portata; ma poi, una volta passata la tempesta, bisognerà confrontarsi su ciò che abbiamo vissuto e scelto, per porre gesti coerenti col significato che hanno e per crescere nell’unità, che sola può rendere presente il Risorto.

Commenti

  • 12/05/2020 Maboy

    Ricordo che nel Codice di diritto canonico (1983) al can. 388 §1 per il vescovo e al can. 534 §1 per il parroco c'è obbligo di celebrare la messa per il popolo ogni domenica anche se è presente solo una persona.

  • 25/04/2020 Don Mario Marchiori

    Concordo con le tante riflessioni e spunti che ci avete offerto. Personalmente ho scelto, ancora prima della settima santa, di non celebrare l'Eucarestia neppure a Pasqua e successivamente, invitando i fedeli a seguire (partecipare) alle celebrazioni di papa Francesco, o liberamente mettersi in contatto con i parroci che trasmettevano in streaming, in primo luogo per poter vivere' (forse unica occasione), la settimana santa seduto in poltrona a casa invece di dover correre da una parrocchia all'altra, come gli anni passati. Ho potuto, come non mai, pregare, ascoltare, osservare e riflettere traendo insegnamenti e considerazioni utili per ripensare alla nostra pastorale, al modo di celebrare, allo stile, ai segni e gesti, al linguaggio che necessariamente occorre rivedere e reinventare per non essere troppo fuori dalla realtà e dal tempo che stiamo vivendo. Mi son domandato (ho 70 anni) che fine ha fatto il Concilio e la tanto agognata riforma Liturgica, se continuiamo a pontificare cercando visibilità e trionfalismi? Mi è piaciuto papa Francesco che in Santa Marta, ma non solo, celebrava e celebra senza pastorale, senza mitria, che una volta salta il Gloria o la prima lettura, o il credo o a Pasqua il Regina Coeli ( e non perché sia svampito, ma per lanciare dei messaggi da cogliere e di cui avvalerci). Nel contempo i nostri vescovi, in cattedrali vuote, celebrano con il cerimoniere che mette e toglie la mitria, che fanno l'omelia con mitria e pastorale, che hanno attorno una schiera di lettori cantori... ostentando paramenti sempre più stravaganti......da Francesco la semplicità e sobrietà, dalle diocesi ritorno al Concilio di Trento. Per non parlare delle devozioni alla Madonna e ai Santi....Spero che questa pandemia e costrizioni alla sospensione delle celebrazioni, con tutte le relative conseguenze negative in merito alle persone e famiglie provate dalla malattia e dal lutto, sortiscano una seria riflessione ecclesiale e un cambiamento di fare pastorale. Mi scuso per le brevi e veloci considerazioni e ringrazio per il contributo di Simona e di quanti hanno scritto successivamente. Visita il sito: www.unachiesaapiuvoci.it e buon cammino pasquale, don Mario Marchiori

  • 24/04/2020 Gianfranco

    Simona, grazie di questa riflessione - provocazione. Constato che abbiamo ancora molta difficoltá a capire la dimensione sacra del popolo di Dio come soggetto della celebrazione e non come semplice cornice o spettatore del prete che compie una serie di gesti e dice parole spesso incomprensibili. In questo momento forse più che invadere le case e la vita delle persone con celebrazioni via streaming, con video spesso di qualità scadente, preoccupati col formalismo, avremmo dovuto scegliere di aiutare le persone a celebrare e pregare a partire dalla situazione vissuta riscoprendo la parola di Dio come vero alimento, o semplicemente dal condividere la stessa mensa in un momento di fraternità ricuperando il senso sacro a tutti i popoli del semplice condividere lo stesso cibo come la piccola comunità del discepolo amato di Betania, tra i tanti esempi che incontriamo nella vita di Gesù. Un amico teologo mi disse che in questo periodo di quarantena come famiglia si stavano preparando per mettersi davanti al televisore per seguire una delle tante celebrazioni della messa e la figlia più piccola chiese al papà: perchè dobbiamo rimanere lì davanti al televisore impalati a guardare e non possiamo spegnerlo e fare qui la nostra celebrazione come famiglia. Il commento di questo mio amico: dalla bocca dei bambini e dei lattanti... Ciao da un prete di galera.

  • 19/04/2020 Mariangela Marraffa

    Concordo in pieno con la teologa Segoloni e da donna apprezzo il carisma che lei ha modo di mettere a servizio di tutti. Questo doveva essere il momento del silenzio per fare verità dentro di sé. Ancora una volta il nostro ruolo è quello di essere imboccati e non responsabilizzati a vivere una vita ecclesiale. 

  • 04/04/2020 A. R.

    Buon giorno. Leggo adesso il suo articolo, io penso a tutti gli ammalati che allettati non possono partecipare alla celebrazione eucaristica. Da ministro straordinario per la distribuzione della comunione, l'assenza di popolo la associo alla assenza di chi forzatamente non partecipa, e allargando la forzatura all'emergenza nata dalla pandemia pur nella tristezza nel vedere i celebranti soli, non mi soffermerei sulla necessità di una celebrazione eucaristica a porte chiuse, ma sulle ali dello Spirito santo il gesto delle imposizioni delle mani, le preghiere riuniscono il popolo di Dio che riconosce nei gesti delle imposizioni delle mani nelle preghiere i gesti di Gesù e la misericordia di Dio. Poi la fede ci aiuterà al di là della teologica regolarità: "Dove dono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Matteo 18,15-20). In Gesù e per Gesù.

  • 01/04/2020 Suor Elisa

    Carissima sr Simona, anch’io inizialmente ho avuto una visione molto vicina alla tua e soprattutto rispetto alla decisione di celebrare il Triduo Pasquale a porte chiuse ho pensato che fosse una scelta esclusivamente liturgica e che non tenesse conto di tutta una serie di considerazioni anche pastorali secondo il punto di vista del Popolo di Dio, che già tanto fatica a sentire vicino e attuale il linguaggio liturgico, figuriamoci a distanza! Già mi immaginavo un tracollo definitivo e desideravo suscitare nella Chiesa una riflessione sulla vicinanza al Popolo di Dio, magari attraverso scelte più coraggiose e meno formalistiche… Ma dopo la preghiera di Papa Francesco di venerdì sera ho ripreso in mano le mie considerazioni (le avevo scritte in un bell’articolo pronte per essere divulgate) e mi sono resa conto che Francesco stava facendo esattamente quello che io chiedevo nel mio articolo, cioè rendere attuale quello che si celebra. Lui ci è riuscito anche a distanza, dicendo le parole giuste, facendo i segni giusti, potenti, contro ogni aspettativa (un Papa che cammina solo, sotto la pioggia, nel cuore di piazza san Pietro deserta…) e invitandoci a sentire la Parola come vera, attuale per la nostra vita, per noi oggi… e ora sono sicura che riuscirà a fare questo anche con le celebrazioni del Triduo Pasquale, ci aiuterà a viverle come oggi devono essere vissute, anche a distanza e, anche se non saremo presenti fisicamente, saremo sicuramente lì con lui, perchè lui ci porta nel suo cuore, che si sta ogni giorno di più dilatando a misura di quello di Cristo. E poi sono sicura, che una volta finita la tempesta ci aiuterà a riflettere e ci aiuterà a fare nuovamente festa! NON dovremo farci rubare la festa, quando tutto ricomincerà la gioia non dovrà consistere solamente nel poter tornare nei centri commerciali o a poter lavorare ancora più di prima, noi cristiani dovremo indicare al mondo la vera gioia e la vera Festa! grazie comunque per il tuo articolo, mi sembra importante, come dici tu, che finita la tempesta, ma anche ora, si possa riflettere insieme… sr Elisa, suora Francescana di Palagano (MO)

  • 01/04/2020 svanoa@hotmail.it

    Interessante notare come i vescovi umbri, che se non erro sono i vescovi della regione in cui la professoressa"opera", nella loro recente nota pastorale sul Triduo santo sconfessino apertamente le teorie della teologa Simona... Ora, ha ragione la Chiesa universale o questa teoria?

  • 29/03/2020 Daniele Vencato

    Grazie della riflessione. Chissà che riusciamo a far passare non solo le parole ma soprattutto lo spirito del Vaticano II. Il tempo che stiamo vivendo sta facendo uscire tutto ciò che si pensava superato e acquisito. Pensare ad una eucarestia senza il popolo, pur in una situazione di difficoltà, motivando con la comunione spirituale o motivi di tipo pastorale, ci dice come la nostra fantasia sia molto scarsa e come diceva qualcuno: la messa è bella e pronta. La liturgia è fatta di contatto, di presenze, di corporeità. Pur nella difficoltà esistenziale di non poter celebrare con il popolo, ritengo che sia molto più 'pastorale' e 'spirituale' essere solidale con i laici credenti che sono esclusi da questo dono. d. Daniele

  • 28/03/2020 Paolo Pavarin

    Il solo fatto che si celebri il rito dell'eucaristia senza popolo mi svuota e mi rattrista. Io ho bisogno di Gesù eucaristia incarnato in una comunità.

  • 28/03/2020 Marco Bassani

    Purtroppo ho letto solo ora questo bellissimo articolo. Ringrazio l'autrice per averci ricondotto alle redici del gesto eucaristico, pur attraverso le secolari contraddizioni, con le quali l'abbiamo quasi che oscurato. Infatti l'irrilevanza della celebrazione eucaristica per la gran parte delle nuove generazioni scaturisce anche da queste insopportabili contraddizioni. Non mi dilungo sull'analisi dei singoli passaggi, che tra l'altro condivido totalmente. Mi auguro e mi rendo disponibile per ulteriori e più maturi confronti, una volta superata questa emergenza. d. Marco Bassani

  • 27/03/2020 Teresa Martino

    Pur sentendomi in maggiore empatia con le parole di Simona, desidero ringraziare tutti per il loro contributo che mi ha arricchito, tolte qui e là alcune punte polemiche, e aperto ad alcune considerazioni. Con amore alla Chiesa auspico anch'io, alla fine di questa contingenza, una riflessione approfondita sull'argomento e ulteriori confronti; con lo stesso amore mi auguro omelie, predicazioni e catechesi di sempre maggior spessore, che diano al popolo cristiano tutte le possibilità che merita di maturare una fede più adulta, responsabile e partecipata. Teresa Martino

  • 25/03/2020 Carla

    Pur nel rispetto della liturgia facente parte essenziale della nostra religione cattolica, penso che il Signore, in questo momento di fermo ad un mondo dove uno dei valori principali e' l'economicita' e la redditivita' delle situazioni e delle persone, voglia richiamarci a dare un senso alla nostra religiosita' che non si compie certo appieno soltanto avendo assistito ad una messa domenicale o anche giornaliera ma completando l'atto liturgico con una vita di condivisione e di amore verso il nostro prossimo. Forse l'assenza totale dell'atto liturgico in questo momento ci avrebbe fatto bene per farci riflettere e farci tornare una vera fame di Dio. Carla (una del popolo)

  • 25/03/2020 C. A.

    "...manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo..." Io penso che sia questa l'unica risposta che mette tutti noi laici e clero sullo stesso piano: sacerdoti, servi inutili, strumenti perché Lui solo cioè lo Spirito Santo possa e faccia. Grazie per l'articolo di cui condivido l'impostazione. Ma penso che solo facendo un salto di coscienza e solo rimettendo in gioco il grande assente della nostra "dottrina" possiamo andare oltre le divisioni che appaiono anche dai commenti. E sempre citando il Vangelo, Lui ci vuole adoratori in spirito e verità.

  • 23/03/2020 Giovanni Lupino

    Si celebra insieme, si consacra insieme, si mangia e si beve insieme. Questa è una cena, un pranzo nuziale, una eucarestia. lo sposo e la sposa non sono i preti, Papa compreso, noi siamo tutti invitati, anche chi aiuta a servire a mensa. Che tristezza vedere camerieri che mangiano da soli alle nozze dell'Angnello. Mille altre pratiche religiose si possono condividere in rete, non il pasto eucaristico. Mi hanno proibito di celebrare con la comunità, bene, lo farò solo quando potrò farlo nuovamente con la comunità. Il Cristo sia benedizione per tutti coloro che sono crocifissi e soli nella malattia e nella morte, doni a tutti pienezza di Vita, nella gloria del suo regno. Sac. Giovanni Lupino

  • 23/03/2020 Alessandro

    Gentile prof.ssa Segoloni Ruta, Ho letto con attenzione il Suo scritto e devo dire che, pur non avendo alle spalle alcuno studio di teologia, ho avvertito la gravità (nel senso del loro importante peso) delle Sue affermazioni circa la contraddizione che vi sarebbe fra quella che in questi giorni è divenuta la prassi liturgica e gli insegnamenti del Concilio Vaticano II. E tuttavia, forse per personale inclinazione giornalistica, un aspetto della Sua disamina mi ha lasciato da subito profondamente perplesso: l'assenza di qualsivoglia richiamo esplicito ai testi del Concilio stesso, che a mio avviso avrebbero rappresentato un supporto essenziale ad argomentazioni così forti. Per questa ragione sono andato autonomamente a ricercare ciò che il Padri conciliari dissero sull'eventualità di una Messa "Sine Populo". Di particolare rilievo mi è apparso subito il dettato di Sacrosanctum Concilium 27 (cito dalla traduzione italiana disponibile sul sito della Santa Sede): «Ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi [non "obbligatoria"], per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata. Ciò vale soprattutto per la celebrazione della messa benché qualsiasi messa [e qui la precisazione credo contraddica fortemente l'apparato del Suo discorso] abbia sempre un carattere pubblico e sociale e per l'amministrazione dei sacramenti». Ancor più pregnante, però, mi pare quanto afferma ancora il Concilio in Presbyterorum Ordinis 13: «Nel mistero del sacrificio eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l'opera della nostra redenzione e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli». Se dunque il Concilio raccomanda «caldamente» la celebrazione quotidiana della Messa, anche in assenza dei fedeli, non vedo come il dettato conciliare potrebbe essere esaudito da una completa sospensione delle celebrazioni quale Lei propone. Infine, aggiungo che trovo alquanto riduttiva la nozione di "sacerdozio comune dei fedeli" quale traspare da questo articolo. Pare, quasi, che questa dicitura si riferisca principalmente (se non addirittura esclusivamente) al ruolo che i fedeli laici assumono nell'azione liturgica. Si tratta, ripeto, di una visione a mio avviso estremamente riduttiva, specialmente alla luce di quanto afferma ancora una volta il Concilio in Lumen Gentium 31, allorché i Padri descrivono con mirabile chiarezza il ruolo dei laici: «Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità».

  • 23/03/2020 Gino Tosetti

    Non sono affatto daccordo in quanto presbitero ed in quanto cattolico. 1) La Santa Messa rende presente il Sacrificio di Cristo sulla Croce, nello spazio e nel tempo. 2) Il Sacerdote celebra in persona di Cristo. 3) Se quando Cristo morì in croce non fosse stato presente nessuno se non lui stesso, il suo sacrificio avrebbe avuto l'identico valore espiatorio. 4) La Messa è innanzitutto opera di Cristo, non opera nostra. Noi cristiani battezzati (sacerdoti e non) possiamo unirci a lui e al suo sacrificio con l'offerta di noi stessi prima di tutti, e poi con l'intercessione, la lode e il ringraziamento: tutto questo non diminuisce nè aumenta il valore del suo sacrificio reso presente nello spazio e nel tempo, perchè esso è unico e irripetibile. La Messa non è una copia del sacrificio di Cristo, è l'originale. 5) La partecipazione al Sacrificio Eucaristico non consiste tanto nel fare delle cose ma unire le proprie azioni, le proprie preghiere e i propri meriti a quelli di Cristo e si realizza in modo particolare nell'offertorio (orate frates ut meum ac vestrum sacrificium accettabile fiat ad deum patrem omnipotentem), in quel "meum" il sacerdote parla in persona di Cristo, ma in contemporanea, in quanto battezzato unisce l'offerta di se stesso al medesimo sacrificio. 6) Anche se non c'è il consesso di popolo tutta la Chiesa e presente: la Chiesa celeste con gli angeli e i santi, la Chiesa Purgante per cui il sacerdote intercede e la Chiesa Militante, rappresentata dal sacerdote stesso in quanto fedele battezzato. 7) Eliminare le messe senza popolo significherebbe privare la tutto il popolo di Dio di innumerevoli grazie, e non privare il sacerdote di un presunto privilegio. 8) Il Concilio Vaticano II non ha negato e non avrebbe potuto nessuna delle verità prima menzionate. Se lo si vuole interpretare secondo le mode del momento, questo è un altro discorso. Non possiamo considerare il Concilio di Trento superato, come nessun concilio della storia della Chiesa: sarebbe un peccato contro lo Spirito Santo. 9) Parlare della Chiesa secondo il Concilio di Trento come "societas inequalis" è tendenzioso perchè vorrebbe vedere nel sacerdozio ministeriale un ostacolo alla "uguaglianza nella dignità e nell'agire" indicata nella Lumen Gentium. La dignità consiste nell'essere figli di Dio, l'agire consiste nella capacità di edificare il Corpo di Cristo che si realizza nella santificazione secondo il proprio stato. La celebrazione senza popolo non mette a repentaglio nè l'una nè l'altra dimensione, anzi le favorisce entrambe. 10) Tutto questo non toglie che si debba favorire la preghiera della Chiesa Domestica, anzi, la consapevolezza che la Messa viene celebrata, permette ad ognuno di unirsi ad essa spiritualmente in tutte le dimensioni prima elencate, pur non potendo ricevere la Santa Comunione. Spero che il mio commento venga pubblicato, dato che i commenti precedenti mi sembrano quasi tutti molto di parte. Cristo regni!

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  • 23/03/2020 R. Pasetto

    Per alcuni aspetti condivido la riflessione dell'autrice dell'articolo e per altri no. Penso alle persone ammalate che sempre seguono la messa alla TV e lo fanno con fede e ne sono aiutate, allora non vedo nulla contro la celebrazione dell'eucarestia non in presenza. Non credo che parlare della prassi pre-conciliare ci avvicini allo spirito con cui vengono proposte tali celebrazioni. Penso anche al fatto che, se si vuol creare occasioni di presenza di Dio in mezzo al popolo riunito, bisogna adattarsi ai tempi. Il popolo di Dio le sta già adottando. La piccola comunità di cui faccio parte prega e riflette insieme i venerdì di quaresima collegandosi da diverse zone d'Italia attorno al nostro sacerdote di riferimento. Si legge la Parola e si condivide il cammino. Si fa comunione diversa, ma comunione vera di parole, in spirito ed in percepita presenza di Dio.

  • 21/03/2020 Antonio Cecconi

    Rilevo idee e opinioni decisamente critiche sulla prassi in corso in molte delle nostre parrocchie: la celebrazione della Messa in assenza di popolo. Prassi che accomuna preti, vescovi e lo stesso papa. In particolare, mi riferisco a quanto pubblicato sul blog de Il Regno da Simona Segoloni Ruta col titolo “Senza presbitero no, senza popolo sì?”. Ma mi pare di trovare una certa consonanza anche in altri testi, tra cui quello di Enzo Bianchi su La Stampa di ieri (“La forza della carità cristiana”). In sostanza, quello che si afferma – se ho capito bene – è che ha senso celebrare soltanto quando c’è il popolo riunito, l’assemblea liturgica. Celebrare in assenza di fedeli o con pochissimi di essi farebbe ritornare la Chiesa indietro rispetto alle acquisizioni del Concilio Vaticano II sulla chiesa popolo di Dio e sulla dignità sacerdotale conferita a ogni cristiano con il Battesimo. Con un altro esito concomitante e contrario: il rafforzamento del clericalismo, il prete celebrante “padrone” del Sacramento, a prescindere dal suo legame con il resto del popolo di Dio, distante dalla gente sia pure con la buona intenzione di pregare per loro. Per loro ma non con loro, anzi anche senza di loro. L’unica cosa seria e vera, in questo tempo di coronavirus, sarebbe il digiuno eucaristico per tutti. Non – per gli altri battezzati – un surrogato di Messa attraverso il contentino di collegamenti televisivi, streaming e simili. La cosa mi spinge a un esame di coscienza, mi chiedo davvero se in questi giorni, concelebrando la Messa insieme a un altro prete e con la presenza di un paio di suore e occasionalmente un laico o due, sto compiendo una “operazione di potere”, mi sto concedendo un lusso esclusivo, mi pongo sul piedistallo e alzo una barriera tra me e la parrocchia. Mi era parso di capire il contrario in molte persone che si sono fatte vive per dire grazie: di una Messa trasmessa e affettivamente partecipata attraverso il telefonino o il pc, di aver tenuto vivo il desiderio di ricevere appena sarà possibile l’Eucaristia, di far sentire in un momento di emergenza che, accanto a chi si prende cura dei corpi, c’è anche qualcuno che pensa alle anime. Anzi, dopo aver letto le riflessioni di cui sopra, sono andato all’altare sentendo di più l’imperativo di voler bene alla mia gente, di rappresentarne sia pur indegnamente “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”. Di non vivere la Messa come una pia abitudine, di sentire il peso di quel pezzetto di pane preso in mano, sentirlo carico di tanto lavoro, di tante fatiche di tanti uomini e donne forzatamente assenti. Di mettercela tutta per non diventare mai il sacerdote della parabola del samaritano, o il don Abbondio a cui papa Francesco mi chiede di non somigliare. don Antonio Cecconi - parroco a Calci (Pisa)

  • 21/03/2020 Franco Gomiero

    Secondo me, tutte queste messe celebrate in solitudine, con o senza riprese multimediali, non nascono dall'emergenza in cui ci troviamo. E' una pratica che non è mai stata abbandonata. Si faceva abitualmente prima della riforma liturgica e si continua a farla non per il valore pasquale ed ecclesiale che dona alla vita del cristiano e del presbitero, ma in nome di quella "messa e comunione quotidiana" che insieme al rosario, alla visita al SS.mo Sacramento e altre pratiche di pietà, stava e sta alla base della spiritualità proposta e coltivata nei seminari (quando c'erano) e nelle case di formazione dei religiosi. Si sapeva che preti e vescovi "dovevano celebrare ogni giorno la santa messa" con o senza popolo, magari con il sacrestano o il segretario a fare da chierichetto. In qualche caso si aggiungeva qualche fedele. In fondo, però, era sempre "la messa del prete", celebrata per le sue intenzioni, per i defunti e nel migliore dei casi, come avviene in questi giorni, per il popolo. E' evidente che solo una diversa sensibilità liturgica, coltivata attraverso la formazione e una pratica quotidiana più coerente, può far emergere l'incongruenza e l'inadeguatezza di una tale prassi. Non si vuole mettere in dubbio che possa fare bene a chi la pratica, ma praticare la liturgia non è "dire messa" per conto proprio, come atto d'amore per l'Eucaristia. L' Eucaristia non ha bisogno del nostro amore. Semmai è il contrario. Inoltre la Liturgia non è solo l'Eucaristia, per quanto essa sia riconosciuta come la sorgente e il culmine della vita cristiana. E se vogliamo pregare per gli altri, ci sono infinite altre possibilità da scoprire e praticare. Basta solo un po' più di fantasia e un po' meno di frenesia. Ma si sa. La messa è già bell'e fatta. Purtroppo, dobbiamo riconoscere che la celebrazione della messa non è ancora sentita come qualcosa da “costruire” insieme, con l’apporto di tutti, nella diversificazione dei compiti e dei ministeri. Le comunità cristiane in genere non si sono ancora "appropriate" della liturgia come azione propria, espressione alta e qualificata della loro fede e della loro realtà di popolo di Dio. Si ha l’impressione (e forse non è solo impressione) che la maggior parte dei cristiani stiano nella liturgia più da consumatori che da celebranti. La maggior parte del laicato cattolico in Italia sembra non sia ancora riuscito ad assumere il suo ruolo di protagonista e di concelebrante. D’altra parte la maggior parte dei presbiteri continuano a gestire le azioni liturgiche ancora come unici responsabili. Non sembra si siano convertiti al senso ecclesiale della Liturgia. Continuano a dare riti al popolo di Dio. Considerano la Liturgia un’azione per il popolo, piuttosto che del popolo. Intendono la partecipazione attiva dell’assemblea come esecuzione un po’ più vivace di quanto da essi stabilito, o come attenzione a quanto essi dicono e fanno, piuttosto che come coinvolgimento responsabile a quella epifania di Cristo che avviene mediante l’azione liturgica. Si comportano ancora da ministri unici del culto, spesso attenti più alla validità che alla verità del gesto sacramentale, senza tener conto del diritto-dovere dei fedeli di essere protagonisti anche dell’azione rituale. Franco Gomiero

  • 21/03/2020 Nelson

    Ti dò le grazie per questa riflessione. È buono riflettere su queste questioni, ma soprattutto farlo senza animo di contese e in totale obbedienza filiale ai nostri pastori. Io personalmente penso che questa visione tua è riduttiva in riguardo alla comunione del Corpo ecclesiale. La Liturgia è essenzialmente comunitaria, ma quando si parla di comunità/comunione si intende anche una comunione che supera lo spazio, nel senso che c'è comunione anche con coloro che non sono fisicamente presenti, di fatto preghiamo per tutta la Chiesa (Papa, Vescovi, tutto l'ordine sacerdotale, defunti) chiedendo di partecipare alla sorte dei santi (Madonna, Apostoli, tutti i santi). Lo stesso gesto del frammento del corpo di Cristo che viene depositato dentro del Calice prima della comunione ha questo senso storico di significare la comunione col Papa. La Liturgia si celebra in comunione col Cristo totale (Cristo Capo e Chiesa Corpo, visibile e invisibile). Di fatto, nella Liturgia delle Ore, anche se la cosa migliore e augurabile sia la celebrazione comunitaria con la presenza fisica dei fratelli, nel caso in cui non si possa, la facciamo da soli, ma sempre in comunione col Cristo totale. La cosa migliore è senza dubbio la celebrazione con la presenza fisica dell'assemblea. Anche se, come affermi ripetutamente, siamo in una situazione straordinaria che ci costringe ad essere separati fisicamente; ma il poter celebrare a distanza, cioè guardando la trasmissione in diretta, ci permette di coltivare ancora la comunione, che però non potrà essere mai comparabile al celebrare, fisicamente presenti, con tutti i fratelli e nemmeno il comunicarsi al corpo e sangue di Cristo con la comunione spirituale. In questi giorni sono stato contento di non essere stato totalmente privo dall'eucaristia e dalla preghiera delle Lodi insieme ai fratelli laici (pure io sono laico). Ho celebrato, insieme a dei fratelli, l'eucaristia trasmessa in diretta via YouTube; ho pregato le Lodi in videochat connesso via Zoom. È una meraviglia avere questi mezzi durante questo tempo così difficile, anche se nutro un forte desiderio di poter celebrare con i fratelli fisicamente presenti. Un abbraccio. Pace!

  • 21/03/2020 Nicoletta Giordano

    Le celebrazioni eucaristiche a porte chiuse in questo momento sono indispensabili, essendo a casa ho la possibilita di assistervi per televisione e questo è una buona cosa. Collegandosi a quello che Papa Francesco ha detto passiamo essere uniti anche spiritualmente alla celebrazione eucaristica. Giordano Nicoletta

  • 21/03/2020 Antonio Mularo

    L'amore di Dio è così immenso che non ci priva di niente. I profili Petrino e Mariano, come credo di capire, sono uniti e distinti. Senza distinzione no nnesiste la vera unità. Dio è Trinità. E tutti siamo Uniti a Lui essendo Uniti ad una sola delle tre Divine Persone. Quindi forse è il momento di scoprire, riscoprire e valorizzare rendendolo essenziale e concreto in questo periodo di impossibilità ad assembrarsi e poter consumare insieme il Pane di Vita, il profilo Mariano della Chiesa. Ricordiamoci che Cristo ha detto : dove due e più sono uniti nel nome io sono in mezzo a loro. Intendenddo nel Suo Amore la Carità fra noi fino a dare la Vita. Non ci sono limiti per Amare. Dio è Amore e l'amore Dio. Così con Gesù, che è Dio fra noi... Non ci manca nulla... Abbiamo la Parola per incarnare tutto ciò. Come Maria che è rivestita della Parola Lei ha tutti i doni e Carismi. Certo non ha potuto pronunciare le Parole consegnate agli Apostoli: questo è il mio Corpo.... Questo è stato riservato come ministero, servizio, dono agli Apostoli. A noi Popolo (nel popolo ci sono tutti anche i sacetdoti). A tutti è data la Carità. La Carità non avrà mai fine. Il profilo Mariano è la Carità nella Chiesa. CARITÀ DIO UNO E TRINO UNITÀ E DISTINZIONE È TUTTO UN DONO DI GRAZIA No problem Antonio Mularo

  • 20/03/2020 Eugen

    Questo e un pensiero mi pare troppo riduttivo di ciò che e la fede cristiana e quindi l'eucarestia. L'eucarestia e comunione e carità. Il sacerdote non celebra per se stesso, ma in comunione con tutta la chiesa per la chiesa. "Gesù purtroppo qui viene acusato di aver celebrato la prima cena con pochi scelti, di esser morto in croce da solo, quindi non vale" Mi dispiace articolo mi pare discutibile.

  • 20/03/2020 D. F.

    Ma il "popolo' si definisce solo dalla quantità o dalla presenza fisica? E la 'coerenza' teologica non è sempre coerenza di fede! E il considerarsi tutti uguali è la più grande ingiustizia e falsità. d.f.

  • 20/03/2020 Andrea

    Scrive Enzo Bianchi su "La Stampa" di oggi: "Per la chiesa cattolica... il sacramento non è mai virtuale, ma va vissuto nella sua realtà, e l'eucaristia va vissuta come cena del Signore celebrata da una comunità. L'eucaristia è un evento in cui insieme si mangia e si beve, cioè si assimila, il corpo del Signore, dopo aver insieme ascoltato la Parola, diventando così il corpo ecclesiale di Cristo. Se è vero che non c'è chiesa senza eucaristia, è altrettanto vero che non c'è eucaristia senza chiesa. Come ha detto con semplicità ma acutezza il vescovo di Milano, «altro è mangiare il pane, altro è guardarlo in una fotografia»... Se si sta per un certo tempo senza eucaristia, occorre avere consapevolezza di questa privazione, di un digiuno che non può essere alleviato da surrogati. C'è sempre la preghiera, in particolare c'è la lettura della Scrittura che contiene la parola di Dio, ma la mancata partecipazione all'eucaristia deve essere sentita dai cristiani come una prova che li pone in attesa di poterla celebrare di nuovo, quale viatico necessario nel cammino verso il Regno". Sono perfettamente d'accordo con Enzo Bianchi e con quanto scrive Simona. Andrea

  • 20/03/2020 Giovanni Belloni

    Un'occasione questo coronavirus, per estirpare la brutta pianta del clericalismo. E' una opportunità che ci è stata data e non possiamo sciuparla. Che Dio ci aiuti a diventare tutti discepoli/e del Signore Gesù, con servizi diversi all'interno della stessa chiesa.

  • 20/03/2020 Don Tommaso

    Vorrei ringraziare di cuore Matteo Rubechini per la sua spiegazione teologica, canonica e spirituale. Non lo conosco personalmente ma sarei davvero contento di poter chiacchierare con lui. Intanto lo ringrazio ancora e come prete ricordo tutti e porto tutti con me sull'altare come offerta gradita a Dio. Don Tommaso

  • 20/03/2020 F.

    Buongiorno, a mio avviso è necessaria una visione integrale della questione per non svilire ne il ministero sacerdotale "ordinato", ne il ministero sacerdotale "battesimale" (da cui il primo deriva). Il rischio è quello di parteggiare, in un momento in cui servirebbe compattezza ed unità. Mi sembra evidente che i documenti conciliari non siano stati presi troppo seriamente in considerazione e ci si sia sempre adeguati al motto "squadra che vince non si tocca"; (ad esempio è evidente l'impasse relativa ad una catechesi dedicata ai bambini e molto poco agli adulti, alla loro crescita spirituale e alla loro assunzione di responsabilità cristiana); ad una continua Sacramentalizzazione... Essendo la situazione attuale inedita, non ho termini di paragone precedenti per valutarne i significati. Credo che in questo momento sia necessaria una attenzione catechetica; di s.Messe e di s.Eucarestie, (senza svilirne la portata, ma anzi, per esaltarne l'importanza) ne sono state fatte molte. Ora la gran parte della gente ha molta disponibilità di tempo, ha mezzi di comunicazione impensabili fino ad una ventina di anni fa. Ora sta anche alla gente la responsabilità (congiunta alla disponibilità dei pastori) di scegliere se vedere il programma tal dei tali alla tv, oppure impegnarsi per una formazione cristiana; la gente ha il diritto di ricevere questa formazione. Come il pane e il vino, (anticamente portati dalla stessa gente...) hanno avuto una trasformazione (grano-mietitura-macinazione-impasto-cottura-pane e idem per il vino); lo stesso dovrebbe accadere con il popolo di Dio, non più fruitore di Servizi Ecclesiali soltanto, ma soggetto attivo e responsabile della propria dignità cristiana. P.s. a margine, pongo una riflessione sulla mediaticità religiosa. Ieri sera per la prima volta in vita mia ho assistito e partecipato al rosario su Tv2000 delle ore 21.00 assieme alla mia famiglia e ad una vicina di casa. Ho pensato che come la Tv negli anni '60-'70 si è mangiata la spiritualità familiare, ora attraverso questa e affini (tablet, pc...) sta restituendo ciò che ha "rubato". :-) Saluti e Pace.

  • 20/03/2020 M. Pimentel

    Carissima, io, presbitero brasiliano, studente di Liturgia a Santa Giustina, anche io condivido la tua rifflessione. Ogni singola parola.

  • 20/03/2020 Enrico

    Grazie compagna nella sequela del Risorto per questa tua riflessione che potrà anche scandalizzare qualcuno... ma già Gesù lo faceva... ma ci aiuta a rinnovare la nostra fede e a rendere più evangelica la nostra Chiesa

  • 20/03/2020 Cristiana Cecchini

    Sono pienamente d'accordo. Ne dovremo parlare e alla luce della fede. Non certo delle prassi consolidate in questo nostalgico occidente di chierici mesterianti. Ma forse questa volta dovremo anche imparare ad ascoltare quel digiuno eucaristico che abbiamo snobbato nel sinodo per l'Amazzonia ad esempio.

  • 20/03/2020 Matteo Rubechini

    Sulla celebrazione a porte chiuse lei scrive: “nessuno lo farebbe se non fosse costretto, d’accordo, ma il punto è che pensiamo che, seppure in situazione di emergenza, si possa fare”. Ebbene sì: in situazione di emergenza si può fare e non è un semplice “pensiero”, un’opinione. Sacrosantum Concilium, al n. 21, circa la Messa, insegna che, «il popolo cristiano, per quanto possibile, possa […] parteciparvi con una celebrazione piena, attiva e comunitaria». Il “per quanto possibile” si riferisce anche alla questione della partecipazione "comunitaria", cosa recepita anche dal Codice di Diritto Canonico (quello del 1983, non quello del ‘17!) che, al can. 904, raccomanda la celebrazione quotidiana anche qualora non si possa avere la presenza di fedeli. SC 27 continua affermando che la celebrazione comunitaria della Liturgia «è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata. Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Messa, salva sempre la natura pubblica e sociale di qualsiasi Messa». Quindi, fermo restando che nessuna Messa è solitaria, fosse anche soltanto perché vi partecipa la Chiesa del cielo (cf. CCC 1370), e che è pur sempre a nome di “tutta” la Chiesa (cf. CCC 1553) e non solo degli astanti (cf. SC 33), e in favore di tutti gli uomini (cf. CCC 1368), inclusi i defunti bisognosi di purificazione (cf. CCC 1371), e che cioè ha sempre natura pubblica, c’è un non trascurabile “per quanto è possibile” a proposito della sua visibile forma comunitaria. L’adunanza di popolo non predeterminata e selezionata (fattore importante al punto che dovrebbero essere riviste le concessioni fatte ai movimenti di poter celebrare “appartatamente”), almeno quanto alla sua forma visibile, non si può equiparare all’offerta di pane e vino che, sempre, in sé esprime il concorso dell’antecedente dono di Dio e del lavoro di uomini (molti dei quali non concretamente presenti). Sì, l’epiclesi sulle offerte è intrinsecamente ordinata all’epiclesi sul popolo di Dio perché quest’ultimo, nutrito di un solo Pane, divenga sempre più un solo Corpo, ma ciò non deve portare a trascurare il valore unificante (e non solo!) che il Sacrificio Eucaristico possiede già per se stesso. Sebbene nelle Sue parole si noti l’animosità di chi accusa un arretramento preconciliare – e pensavo che questa febbre fosse stata debellata almeno in ambito accademico – il riferimento al “Sacrificio” risulta caro anche al Vaticano II che porta avanti, in «fedele ossequio alla tradizione» e «nello spirito della sana tradizione» (SC 4), ossia in un’ermeneutica di continuità progressiva – e non di rottura rivoluzionaria! – (cf. BENEDETTO XVI, Discorso alla curia romana, 22.12.2005) anche quel che fu detto a Trento. SC 7, senza limitazioni dovute alla presenza o meno di un’assemblea visibile, fa presente che Cristo stesso «è presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, “Egli offertosi una volta sulla croce, offre ancora Se stesso per il ministero dei sacerdoti” (C. DI TRENTO, Sess. XXII, c. 2), sia soprattutto sotto le specie eucaristiche». Questo non vuol dire che il popolo di Dio sia un accessorio, né vuol dire relegarlo in un’iniqua diseguaglianza. Questo vuol dire solo che, in situazioni straordinarie, il sacerdote, custodito «per la santificazione del suo popolo e per l’offerta del sacrificio» (dai Rito di ordinazione), non può esimersi da quell’azione ecclesiale – ossia, pur sempre, appartenente alla Chiesa – di efficacia non paragonabile ad altre (cf. SC 7), offrendo egli stesso, specie in momenti come quello attuale, la vita di quelli che non hanno potuto radunarsi con lui, insieme alla propria, nel Sacrificio Eucaristico. Così, infatti, «la vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano valore nuovo» (CCC 1368). L’analogia che lei ritiene riscontrabile fra la nostra situazione attuale e l’episodio cui l’Apostolo fa riferimento in 1Cor 11,17-34 è, poi, per lo meno discutibile. San Paolo – come sa bene – si riferisce ad una comunione sacramentale alla quale non corrispondeva alcuna previa intenzione di comunione umano-ecclesiale. Il rimprovero paolino serviva, dunque, a dire che l’una comunione è strettamente congiunta all’altra, che si deve essere disposti alla carità fraterna se si vuol mangiare di Colui che è carità divina incarnata. E non è forse un atto di carità fraterna celebrare "a nome" e "a vantaggio" di quegli altri specie quando non si può godere della loro presenza? Non è forse un'opera di misericordia offrire il Sacrificio per chi non può? Proprio perché è l’Eucaristia che fa la Chiesa e non il contrario – e su questo penso che siamo d’accordo – bisogna ricordare che anche l’Eucaristia celebrata in contingenze di solitudine fisica edifica la Chiesa, e supplica e favorisce l’azione di Dio per la comunione fraterna (per questo esistono le Messe “votive” per l’unità dei Cristiani o per l’umana concordia, sebbene a tali messe non prendano parte tutti i cristiani, né tutta l’umanità), ed ottiene grazie di immensa e non preventivabile portata. La sua affermazione sul digiuno eucaristico (nel senso da lei inteso, e non in quello tradizionale) mi pare stridere con l’eloquente testimonianza dei santi che come, santa Teresa d’Avila, ritenevano che senza Santa Messa tutto perirebbe. Quanto la Messa sia visceralmente unita all'essere - e non al semplice fare! - del prete nel mondo presente, si evice dalla confidenza che San Francesco Saverio Bianchi fece ad un confratello: «quando sentirai che non posso più celebrare, tienimi per morto». Né si può tacere l’esempio di santi come Giovanni Bosco e Filippo Neri che, per lungo tempo, hanno celebrato sugli armadi-altare nella propria camera da letto. San Pasquale Baylon, quando non poteva recarsi in Chiesa, al suonare delle campane, si inginocchiava nel bel mezzo della campagna e seguiva da lontano la Messa (con una “diretta” indiscutibilmente più autentica di tanti odierni “streaming”). Forse questi santi sono troppo preconciliari? Beh, anche il venerabile cardinale van Thuàn, arrestato nel 1975, si trovava spesso a celebrare solo, quando gli altri andavano a lavarsi dopo la ginnastica di regime; e se pure, quando possibile, cercava di celebrare con qualche compagno di prigionia o almeno di distribuire le briciole transustanziate con altri prigionieri, non ha mai detto che si sarebbe privato di quel divino Nutrimento se fosse stato certo di non poterlo distribuire agli altri. Di più, egli ha scritto: «ogni volta che offro la Messa, ho l’opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla Croce con Gesù, di bere con lui il calice amaro». Che lei ci creda o no, quelle Messe hanno giovato alla sua prigione e a quella degli altri. Che lei ci creda o no le nostre Messe giovano a chi le celebra all’altare, a chi, come il santo su menzionato, vorrebbe parteciparvi ma le segue da lontano, e a chi –come lei – preferirebbe che di Messe non ce ne fossero. M.R.

  • 20/03/2020 Doriana Giarratana

    La Chiesa: un popolo sacerdotale Una prima immediata considerazione prende spunto dalla situazione di fatto che stiamo vivendo: la Santa Messa senza concorso di popolo. E’ una situazione prevista nel Messale romano ed è teologicamente e pastoralmente provvidenziale. Ci aiuta a comprendere uno dei tanti aspetti della nostra identità di cristiani e della chiesa tutta: il ministero sacerdotale. Con il Battesimo ogni credente diventa parte dell’unico popolo di Dio: un popolo profetico, sacerdotale e regale. Profetico perché chiamato ad ascoltare, vivere ed annunciare la Parola di Dio. Sacerdotale perché chiamato ad esercitare il culto, in Cristo unico ed eterno sacerdote. Regale in quanto chiamato, per Cristo – con Cristo – in Cristo a servire i fratelli in atteggiamento di dono come il suo Signore e Maestro. Oggi ci fermiamo sulla identità sacerdotale del popolo di Dio. il Documento Christifideles laici, al n.14 cosi afferma: I fedeli laici sono partecipi dell’ufficio sacerdotale, per il quale Gesù ha offerto se stesso sulla Croce e continuamente si offre nella celebrazione eucaristica a gloria del Padre per la salvezza dell’umanità. Incorporati a Gesù Cristo, i battezzati sono uniti a Lui e al suo sacrificio nell’offerta di se stessi e di tutte le loro attività (cf. Rom 12, 1-2). Interessante il verbo “sono uniti” piuttosto che “si uniscono a Lui”. Questa differenza ha un grande significato teologico ed ecclesiale. Il sacerdozio battesimale, che i fedeli laici esercitano, si compie mediante il sacerdozio ministeriale di coloro che sono stati consacrati nell’Ordine sacro. Nella Santa Messa ad un certo punto affermiamo, in dialogo con il presidente della Celebrazione: “Pregate, fratelli e sorelle, perché portando all’altare la gioia e la fatica di ogni giorno, ci disponiamo a offrire il sacrificio gradito a Dio Padre onnipotente”. L’assemblea risponde: Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa. L’unico sacerdote vero e proprio è Cristo, perché unica e irripetibile è la mediazione fra Dio e gli uomini che solo lui può offrire. Gesù è insieme vittima e sacerdote, colui che offre il sacrificio e colui che è offerto, e il suo sacerdozio, come il suo sacrificio, non è affatto rituale, è anzi talmente vitale da essere un unicum così singolare che non ha bisogno di alcun altro completamento. Al sacerdozio di Cristo partecipa il sacerdozio della chiesa, la cui peculiare caratteristica è di essere segno e strumento visibile e tangibile del mistero compiutosi nel Figlio di Dio (O.Marzola). Configurati a Cristo sommo ed eterno sacerdote i ministri attuano e perfezionano Il sacrificio spirituale di tutti i fedeli celebrando insieme a loro, come presidenti, il memoriale del sacrificio di Gesù. La differenza essenziale tra le due forme di sacerdozio la rinveniamo perciò proprio nel servizio specifico alla vita di fede dei credenti che il sacerdozio ministeriale offre a quello battesimale, con la parola, con i sacramenti e la guida pastorale, perché il popolo di Dio si mantenga unito al suo Capo e Signore. In questo tempo di astinenza dalla Santa Messa, continuiamo ad essere uniti al sacrificio di Cristo che nel Memoriale dell’Eucaristia i Pastori con noi e per noi offrono al Padre. Suor Maria Doriana Giarratana, pddm

  • 20/03/2020 Elisabetta Manfredi

    Purtroppo siamo ancora nella "religione" e non ancora nella "fede" in Cristo, come dice molto bene don Paolo Squizzato. La religione sussiste se ci sono riti, la fede si manifesta nei gesti quotidiani. Sarebbe stato davvero profetico se i presbiteri a partire dal papa avessero detto: non celebriamo più finché non ci sarà l'assemblea a celebrare con noi. Dio non ha bisogno delle nostre preghiere e delle nostre messe: ne siamo consapevoli? Siamo noi ad aver bisogno di una comunità che si raduna in Cristo. Purtroppo il ruolo del presbitero in questi momenti così drammatici e nuovi rischia di diventare invisibile e allora ecco le messe via web, per non parlare dei molti che contravvengono al divieto e celebrano nelle chiese con i fedeli (e qua i vescovi ancora una volta si dimostrano acquiescenti e pavidi nell'intervenire come spetterebbe loro). Celebrare l'eucaristia non è un dovere da compiere, un cartellino da timbrare. Speriamo che le riflessioni di Simona Segoloni siano lette e meditate da molti!

  • 20/03/2020 Andrea Volpe

    Se, in termini fondamentalisti, per il Coronavirus di punizione divina dovessimo parlare, allora dovremmo ritenere che questa pestilenza potesse essere la giusta risposta alla negazione del ministero ordinato a 'viri probati' e a donne per i popoli senza preti, come quelli dell'Amazzonia.

  • 20/03/2020 Claudio Bottazzi

    Tutto vero, tutto giusto, però in cuor mio la mancanza di comunità comporta: 1) a me personalmente manca qualche cosa che cerco di colmare con la mia preghiera che può essere anche la lettura di un pagina della bibbia 2) pregando soli rischiamo di fare tante chiese 3) personalmente ho l'impressione che sia stato scelta la sola scienza con tutti i suoi limiti mettendo " in panchina" Dio quando si poteva celebrare rispettando le norme sanitarie Grazie mille

  • 20/03/2020 Sergio Lambrugo

    Mi sento abbastanza in disaccordo con la posizione enunciata nell'articolo. Innanzi tutto perché, sotto il profilo umano, non ho motivo di sentirmi avvilito se il sacerdote celebra e io non posso assistervi. Posso sentirmi legittimamente avvilito per non poter essere presente, ma - dovendo io essere assente - non traggo un particolare giovamento dal fatto che il sacerdote rinunci a celebrare per me. In secondo luogo, certamente l'assemblea è un elemento importante per la celebrazione eucaristica. Ma sembra riduttivo sostenere che la messa è strettamente funzionale all'assemblea. C'è, credo di poter dire, un valore di chiesa universale che prega tutta insieme e che si giova del fatto di sapere che qualcuno sta celebrando anche per me che non posso essere presente (la butto lì: qualcosa che ci richiama il concetto di Corpo Mistico di Gesù). Non sono un nostalgico del modello tridentino, però quel modello ha accompagnato la vita della Chiesa per 400 anni. Un lungo periodo in cui qualcosa di buono è pure successo. Non sento il bisogno di tornare alla messa in latino, con il sacerdote voltato di spalle che per lo più parla da solo.... Però, il senso ed il valore che è stato portato avanti da quattro secoli di sacerdoti (di cui molti santi sacerdoti) forse meriterebbe di essere recuperato e vissuto, con gli opportuni adattamenti, anche ai nostri tempi.

  • 20/03/2020 Pietro Lucio Buccheri

    Se non ricordo male, durante la messa si prega per i defunti, spesso evidenziandone i nomi; dunque noi crediamo che i frutti del rinnovamento del sacrificio di Cristo possano ricadere anche su persone fisicamente assenti. Inoltre crediamo nel corpo mistico cioè in una unione estrasensoriale reale e permanente che si realizza per il fatto stesso di essere uniti a Cristo ad opera del battesimo. Coerentemente, dovremmo pensare che la celebrazione della messa da parte di un prete, anche in assenza di fedeli, non resti un fatto personale, ma riversi i suoi frutti sull'intero corpo mistico e in particolare, ma non esclusivamente, su coloro che si uniscono all'azione liturgica con le intenzioni, anche se assenti fisicamente. Quando validi motivi impediscono di partecipare fisicamente alla celebrazione, non capisco perché si dovrebbe rinunziare a celebrare e quindi rinunziare a godere dei frutti di una celebrazione, o di tante celebrazioni, penalizzando noi stessi pur di mantenere la funzione di coprotagonisti.

  • 20/03/2020 Don Stefano

    grazie del bel contributo che mi aiuta ad avere uno sguardo più in là. Sarà certo motivo di seria riflessione che mi farà bene

  • 20/03/2020 Lino Casagranda

    Ho capito che poni delle domande molto precise e cariche di significato e nello stesso tempo dai risposte, pacate e aperte. Non prendi una posizione unidirezionale. Rimandi il dialogo a quando l' emergenza sarà passata e la situazione, spero, sia più favorevole ad un approfondimento. L'occasione in cui ci troviamo ci spinge ad andare in profondità e cogliere di più la verità. Grazie

  • 20/03/2020 Giuliana

    Digiunare tutti o meglio riscoprire che noi tutti siamo il tempio del Signore se viviamo come tali. Domanda aggiuntiva: l'adorazione dopo l'eucarestia cosa esprime? E se fosse cresciuta invece la catechesi biblica data in TV solo in pillole? Insegnare ad affidarsi alla Parola e alla coscienza che essa forma è chiedere troppo?

  • 20/03/2020 Argeo

    Una emergenza di questa portata non può far testo nella prassi della quotidianità. Inoltre, parlo da semplice uomo della strada, non ritengo molto opportuno, sempre per l'eccezionalitá del caso, fare troppi "distinguo" che generano confusione nel comune credente. In ogni caso, grazie!

  • 20/03/2020 Barbara

    Care teologhe grazie per questa preziosa riflessione. Mi date il coraggio di esprimere quello che anch io avevo annotato ieri, grazie anche ai contributi di Andrea Grillo. È solo per testimoniare che lo Spirito sta soffiando... Con forza. Grazie ancora. Ecco quanto a notavo ieri: Se notate pochissimi, soprattutto tra i vescovi, hanno parlato, anche solo per brevi cenni, della Chiesa domestica. Ma non si tratta in fondo di approfondire riscoprendola, perché possa dispiegarsi con tutta la sua forza, la dignità battesimale sacerdotale, regale e profetica di tutte le membra dell unico Corpo che è la Chiesa? Come si può soltanto pensare di disgiungere ciò che non può essere disgiunto? Qui abbiamo i presbiteri senza il popolo, in Amazzonia hanno il popolo senza i presbiteri. Ci appariva una realtà lontana, invece dalla notte alla mattina non siamo più che l altra faccia della stessa grave realtà. . Forse che lo Spirito sta preparando un grande Dono alla sua Chiesa? Possa allora non venir meno il coraggio di porci tutti in ascolto. E l'audacia potrà farsi strada. Quante parole non dette da Gesù nei vangeli per le domande che i discepoli non seppero o non vollero porgli negli eventi di difficile o dubbia comprensione. Penso ad esempio al brano della donna samaritana. Avrà l'unico corpo di Cristo questo coraggio? Ne va della sua unità e, permettetemi, anche della sua salute. Un cambiamento di paradigma nella chiesa nel segno della sinodalità e della creatività sarebbe quantomai auspicabile, vista anche l attuale presa di distanza dei nostri pastori da quello stesso digiuno eucaristico, che pure è richiesto come necessario al resto del popolo. Essi ne parlano come di un sacrificio che "ci" farà tanto bene valorizzando la carità, e, soprattutto, rafforzando il "nostro" desiderio e amore per l eucaristia. Digiuno dal quale essi però se ne sentono esonerati e anzi invitano tutti i sacerdoti a non sospendere assolutamente le celebrazioni eucaristiche. E qui credo che, al di là di tutte le buone intenzioni dei nostri vescovi che non ho motivo di mettere in dubbio, si tocchi con mano quanto sia e si consideri separato il clero dal resto del corpo ecclesiale. Il presbitero non può vivere senza il Corpo e il Sangue di Cristo, fonte e culmine della vita cristiana, noi invece, a quanto pare, si. Barbara

  • 20/03/2020 Rosario Giuè

    Cara Simona, da cristiano, da cattolico e da presbitero, condivido ciò che hai detto. Brava e grazie. Rosario Giuè

  • 20/03/2020 Pietro Maranesi

    Sono assolutamente d accordo. Si tratta di coerenza teologica e di efficacia pastorale.

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