Etica teologica e teologia fondamentale: un cantiere sempre aperto
E' cruciale l’avvio serio e impegnativo di un dialogo dell’etica teologica con la teologia fondamentale
Il rispetto religioso di fronte all’intenzionalità etica mostra anche la necessità del rispetto etico-filosofico di fronte all’intenzionalità religiosa.
Un passaggio, questo, apparentemente poco accordato sul tempo forte del Natale appena celebrato, ma che agli occhi e alle orecchie di un teologo potrebbe suonare più che in linea con il messaggio del Dio cristiano a partire dalla sua incarnazione umana.
È il teologo e filosofo della religione Andres Torres Queiruga, la cui docenza lo ha impegnato per anni facendo la spola tra Roma e Santiago di Compostela, che si è interessato in maniera particolare a elaborare una riflessione di fede all’altezza della cultura contemporanea e che ha più volte affrontato di petto il concetto di «autonomia morale».
Il passaggio succitato lo leggiamo in un suo intervento di una quindicina di anni fa nella rivista Concilium, trattante la questione della «legge naturale», ma che abbiamo deciso di selezionare, paghi del clima natalizio con tutte le sue, a volte, stucchevoli pennellate di buonismo, perché lo abbiamo «serindipitamente» (permettetemi la forma avverbiale) nel periodo natalizio rincontrato nelle pagine di un interessante libretto composto da una serie di contributi di diversi teologi chiamati a riflettere sul «come dire Dio oggi» (Aa.Vv., Dire Dio oggi), ponendosi sulle tracce dell’opera teologica del grande teologo del Novecento, K. Rahner.
Una proposta teologico-fondamentale
Il come dire oggi Dio è − ne siamo convinti − il tema teologico centrale della festa del Natale, ma anche una feconda occasione per riprendere la nostra profonda convinzione che l’etica teologica per potersi rinnovare ha bisogno del contributo della teologia fondamentale.
E le riflessioni di Andres Torres Queiruga sulla riflessione rahneriana ci sembrano molto pertinenti per un’etica teologica che non teme il concetto di autonomia morale come farebbe Superman di fronte alla criptonite.
Per Torres Queiruga la lectio rahneriana potrebbe rilanciare un fruttuoso «poter dire Dio oggi» se e solo se si ritorni a prendere sul serio il concetto di rivelazione di cui la Bibbia non fa mistero in merito alla rivoluzione che lei stessa inocula: Dio non detta, ma si auto-comunica, il che significa che pur non essendo «le cose» senza distinzione e senza separazione, «nelle cose» Dio traspare come Uno, quindi la fede nella creazione non è mai da intendere solo come atto di fede, ma espressione logica, quindi razionale, dell’autonomia della creazione ovvero realtà in consegna alla conoscenza e libertà dell’uomo.
Il radicamento delle grandi verità della fede nella soggettività umana − tratto tipico della teologia di Rahner − sembra dare adito al sospetto e all’accusa di riduzionismo antropologico se non si prende sul serio la suddetta concezione della fede nella creazione, la quale dice che un essere umano, costituito in sé stesso ovvero posto «di fronte» a Dio e un Dio «separato» rispetto all’uomo, è un’ipotesi pre e anti biblica e che ogni conoscenza reale di Dio è possibile solo perché è fatta a partire da una soggettività che non è mai puramente umana, ma che è costitutivamente originata e sostenuta da Dio.
La proposta teologico-fondamentale di Rahner è, dunque, la seguente: altro che riduzione dell’umano! È riconoscimento della profondità divina nella sua perenne opera creatrice che porta a un’esaltazione dell’umano che mai potrebbe essere neanche sognata da un’umanità concepita solo astrattamente.
Un’occasione etico-teologica
Nel gergo cristiano la coerenza di questa riflessione si coagula nel fattore incarnazione. Ecco perché il Natale c’entra. Eccome se c’entra! E ad entrarci per inferenza sono anche le seguenti considerazioni etico-teologiche (solo alcune in via esemplificativa) che purificano il bene professato e decantato proprio nel periodo natalizio:
− se le nozioni di astronomia, per fare un esempio, pur essendo presenti nella Bibbia, non rientrano nei contenuti della rivelazione (cosa del tutto pacifica), alla stessa maniera i comandamenti di Mosè e l’etica di san Paolo non rientrano nei contenuti della rivelazione (la cosa è del tutto pacifica?);
− il fondamento oggettivo di una norma rifugge da ogni volontarismo teologico, ma dice la specificità e l’irriducibilità dell’intenzionalità etica come esperienza originale e originaria del mondo creato da Dio;
− scoprire le migliori norme etiche in quanto umane anche e non solo nell’esperienza credente narrata nelle pagine bibliche;
− cautela nella relazione indiretta della rivelazione con i contenuti della stessa per evitare di abusare dell’espressione «volontà di Dio»;
− impegno nella relazione diretta sulle motivazioni da parte della rivelazione per far esplodere tutte le potenzialità delle narrazioni religiose.
Una questione di raffinato equilibrio e di dialogo intra-teologico
È una questione di equilibrio rispettoso, tanto per tornare alla citazione iniziale di questo nostro contributo, con l’intento di evitare la doppia deriva parricida dell’etica nei confronti della religione e della religione nei confronti dell’etica.
Insistiamo su questo dialogo tra etica teologica e teologia fondamentale e sproniamo i colleghi teologi e filosofi a investigare su questo versante di dialogo intra-teologico prima di avventurarsi nel mare aperto dell’interdisciplinarità, perché crediamo che, al di là delle intenzioni dei singoli teologi di impostazioni e linguaggi diversi, ci sia un presupposto da tutti condiviso ma non sempre tematizzato sino in fondo secondo cui nel mondo, il quale non può essere senza Dio, è rinvenibile l’esigenza morale, dunque la responsabilità morale è pretesa di Dio perché il mondo non può essere senza Dio.
Potremmo dire − prendendo a prestito le parole di un altro teologo fondamentale come Pierangelo Sequeri nel suo ultimo libro dal titolo Addio a Dio? Sul Dio vivente − che la «sensibilità per il senso» e la «moralità del giudizio» costituiscono il binario su cui il treno del nostro modo di essere umani viaggia.
Il mistero di Dio è sì presidio della nostra intuizione del dover-essere del senso e della giustizia, tuttavia sta di fatto che prima di essere consapevoli di questo presidio, siamo coscienti di questo nostro venire al mondo con la dignità, per quanto misteriosa, di questa capacità di senso e di giudizio dove si gioca sempre la partita con l’altro/gli altri.
Da quanto detto riteniamo cruciale l’avvio serio e impegnativo di un dialogo dell’etica teologica con la teologia fondamentale, perché finché non sarà quest’ultima a chiarire alcuni concetti, l’etica teologica vivrà le conseguenze di questo disimpegno, e forse lo vive da tempo, incartandosi continuamente su se stessa.