Trump e lo spazio religioso: ultima frontiera da colonizzare?
Anche lo spazio religioso sembra ormai essere oggetto di aggressione da parte di Donald Trump.
Anche lo spazio religioso sembra ormai essere oggetto di aggressione da parte di Donald Trump, che sembra voler monopolizzare anche il relativo linguaggio.
Non più pago di presentarsi come inviato di Dio, soggetto da lui benedetto tramite pastori del mondo evangelicale, adesso il suo intervento recente sembra voler dettare la linea anche alla Chiesa cattolica, nella persona di papa Leone.
Mentre ancora risuona la forza delle parole di pace pronunciate dal pontefice nella preghiera di sabato 11 aprile, infatti, ecco il tentativo di tacitarle, con un duro, brutale attacco personale.
Debolezza svelata
Eppure questo attacco rivela in realtà debolezza. Perché – in una fase in cui la sua azione mostra tutti i suoi limiti, rivelandosi spesso fatta di autogoal per gli USA; e in cui con Orban egli perde un punto di riferimento in Europa – Trump non può permettersi di veder messo in discussione anche ciò che resta dell’alone religioso di cui ha voluto ammantarsi.
Ecco, allora, la dura presa di posizione contro una voce di pace forte e chiara; contro chi rifiuta la strumentalizzazione del nome di Dio per giustificare la violenza; contro chi invita alla costruzione di pace con la forza gentile della preghiera e con pratiche artigiane (riprendendo le parole di papa Francesco). Contro chi smaschera e denuncia l’illegittimità di un uso della forza che contraddice ogni legalità e ogni quadro di multilateralità.
È paradossale: in un tempo così secolarizzato (e lo stesso presidente Trump lo evidenzia, coi suoi comportamenti), il linguaggio religioso torna con tanta forza sulla scena pubblica. Non è certo un fatto nuovo, ma mai con tanta violenza e sulla bocca di un soggetto così dotato di potere.
Per una teologia pubblica di pace
Ecco allora la sfida di declinare una teologia pubblica che sappia reagire a tanta arroganza, richiamando la verità di un Vangelo che è – e non può che essere – parola di pace.
Le stesse celebrazioni della Settimana santa ci hanno ricordato il «rimetti la spada nel fodero» di Gesù: una declinazione tutta personale del «non uccidere», che spiazza qualsiasi tentativo di accostare il Vangelo alla guerra e alla violenza.
Davvero occorre un pensiero che sappia disegnare pace e che sappia farlo in forme ecumeniche, riattivando il dialogo e il confronto tra i credenti di diverse appartenenze; in forme miti, senza cedere a sua volta alla tentazione della violenza verbale e del linguaggio d’odio.
Occorre un lavoro pervasivo di educazione, come quello indicato dalla nota CEI Educare a una pace disarmata e disarmante. Occorre ritrovare le parole e le pratiche per ridare corpo al tessuto di una società civile internazionale e alle sue istituzioni; per richiamare l’Europa alla propria grande responsabilità in tal senso – per la sua storia, per le sue potenzialità culturali.
Occorre una resistenza attiva e nonviolenta contro l’imbarbarimento del sentire condiviso; contro l’irresponsabilità eretta a forma politica; contro l’indifferenza per tanta sofferenza; contro l’incuria per la terra e per il futuro della famiglia umana.
Occorre coltivare comunità che siano esse stesse casa della pace, laboratori per vivere la speranza che viene dalla Pasqua come profezia del tempo in cui nessun popolo alzerà la spada contro un altro popolo; per vivere dinamiche di condivisione sinodale nel segno della responsabilità condivisa.