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Moralia Blog

La scuola nella distanza: «Chissà come si divertivano…»

Nel 1951, Isaac Asimov scrisse un racconto (The fun they had, tr. it. Chissà come si divertivano, 1954), ambientato nel 2157. I due protagonisti, Tommy e Margie, abituati a una didattica totalmente elettronica / ultra-tecnologica, scoprono in soffitta un «vero» libro, in cui si descrive l’apprendimento di quando gli insegnanti erano in carne e ossa, si faceva lezione con compagni di classe, le lezioni si svolgevano in un edificio speciale chiamato «scuola»… Il racconto, dopo una serie di paragoni e riflessioni, termina con un laconico e quanto mai allusivo: «Chissà come si divertivano!…».

Un fulmine a ciel sereno. Ecco cos’è (stata) la didattica a distanza per quasi tutti noi insegnanti e i nostri studenti. E le loro famiglie. In poche ore abbiamo dovuto rivoluzionare metodo didattico, mezzi tecnologici, tempi, relazioni… stiamo ancora navigando a vista, imparando a «prendere la mano» sul quotidiano, a gestire uno stile che, fino a ieri, non ci apparteneva.

Potrei affrontare questo post sulla didattica on-line da svariati punti di vista (quello del Ministero, quello degli insegnanti, quello dei genitori, quello sociale, quello economico…) e dalle differenti lamentele. Tante. Troppe. Ma vorrei, stranamente in un post di Moralia, lasciare voce ai ragazzi. Ai «miei» ragazzi (insegno anche alle medie di una scuola milanese), a cui, proprio partendo dal racconto di Asimov, ho chiesto di raccontarmi come stanno vivendo, dal punto di vista della loro responsabilità, questa esperienza inedita. E riporto le loro riflessioni nella radicata e profonda convinzione che siano riflessioni di tanti giovani italiani. Non solo dei «miei».

Didattica a distanza: cinque consapevolezze

Esclusi pochissimi casi, tutti i «miei» studenti vorrebbero tornare in aula, il prima possibile!, ma sono contenti di fare lezione on-line, comunque. Malgrado tutto. Dalle loro risposte ricevute su Classroom, via mail, nelle ore passate connessi… (tutti mezzi tecnologici, ma mediati da tanti volti) sono emerse cinque radicali consapevolezze, ribadite ed espresse in vari modi:

  1. Consapevolezza circa il tempo. Stanno dimostrando un rispetto inaspettato per il tempo e i suoi ritmi. C’è chi si alza comunque all’ora abituale, pur potendo dormire un’oretta in più («Così, prof, il tempo mantiene un suo ritmo. Non posso appiattire il tempo!»), e chi riconosce che le ore di lezione, e le materie che si alternano, lo aiutano a rimanere nella realtà e nelle relazioni. E c’è chi, non solitario, osa una riflessione in più: «Quello che sono io ora, nel mio presente, è già costruzione di quello che sarò io nel futuro… Non è tempo neutro questo!». Come non ripensare il ruolo di chronos e kairos e dell’opzione fondamentale?
  2. Consapevolezza circa le regole: pur nell’età ribelle di contestazione delle regole, sono quanto mai ligi nel loro rispetto: sia a quelle imposte dallo Stato (e non oso immaginare cosa succeda nella testa di undicenni/tredicenni iperattivi, costretti in casa…), sia a quelle della didattica on-line. E il sorprendente è che hanno lucidissima l’idea che le regole, ora, siano per il bene proprio e di tutti. Come non ripensare il ruolo delle norme e il concetto di bene comune?
  3. Consapevolezza circa l’essere cittadini: ammirati dall’impegno di tutto il personale sanitario e di tutti coloro che si stanno spendendo quotidianamente e anonimamente, i ragazzi mi «dicono»: «Anch’io sono un cittadino e devo fare la mia parte. Piccola e silenziosa come quella di tanti. La mia parte è essere studente e compiere il mio dovere». Come non ripensare la differenza tra il dovere morale e il dovere eteronomo, nonché la dialettica personale tra individualità e socialità?
  4. Consapevolezza circa l’imparare. Hanno voglia di imparare. Nonostante tutto. Di comprendere meglio e quindi di studiare. Per rendersi conto di quello che sta succedendo, con le loro forze. Per dare il loro contributo, un domani. Più o meno vicino. E la richiesta più frequente e urgente è: «Prof! Mi aiuta a capire come faccio a capire la differenza tra una notizia vera e una fake news?». Come non ripensare il rapporto con il sapere e il rapporto con la verità?
  5. Consapevolezza circa il corpo. Le nostre relazioni sono cambiate. Ci siamo gli uni per gli altri, ancora e malgrado tutto. Eppure… non ci siamo. Fisicamente. A me, onestamente, manca la puzza di pre-adolescenti (siamo in primavera, quando gli ormoni pre-adolescenziali fanno il primo capolino, con irruenza). A loro manca il mio sguardo diretto («Prof! Mi ha detto “bravo”! Ma in classe mi avrebbe fatto anche l’occhiolino o dato una scompigliata di capelli…»). Il corpo non è più oggetto tra gli altri o involucro anonimo. Ma luogo di profonda umanità. E vicinanza. Come non ripensare il ruolo del corpo e delle relazioni?

Una carne che, nelle domande dei «miei» ragazzi, emerge anche su Dio. Quel Dio incarnato che ha saputo farsi tempo, ha saputo dare senso alle norme, è stato cittadino e ha imparato. Esattamente come loro. Un Dio vicino, un compagno (quasi di banco).

Questa scuola on-line, con tutti i suoi limiti e il desiderio (condiviso, tra studenti, famiglie e insegnanti) che finisca in fretta, mi offre però un’eco preziosa: quelle domande implicite di Mt 18,1-5.10 possono essere vissute. Non dobbiamo fare qualcosa per i piccoli, ma ripartire da loro.

 

Gaia De Vecchi è insegnante di religione presso l’Istituto Leone XIII e docente presso l’Università cattolica del Sacro Cuore e l’Istituto superiore di scienze religiose a Milano. Fa parte dell’ATISM e del gruppo di redazione di «Moralia». Ha scritto Il peccato è originale?, Cittadella, Assisi 2018.

Commenti

  • 14/04/2020 Alessandro

    Commovente

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