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Moralia Dialoghi

Europa: un progetto eticamente qualificato

L’appello ai quasi 427 milioni di europei a prendere parte alle elezioni del Parlamento dell’Unione Europea fra pochi giorni suscita, tra le tante domande, anche quella sulla qualità etica del progetto Europa.

Ma questa domanda ha versanti così diversi e differenziati che non possono essere ridotti e appiattiti, e neppure ci si può attendere risposte semplificanti e univoche. Proviamo a declinare la domanda su due possibili varianti.

Che cosa può fare l’Europa per l’etica?

La prima domanda porterebbe a chiedersi quali contenuti etici possono emergere nella compagine europea, con le sue tradizioni e le sue culture così diversificate. L’importanza di questa domanda viene colta ogni volta che i diversi organismi europei che hanno a che fare con le tematiche etiche elaborano linee guida, raccomandazioni, regolamenti.

Non si può negare che sotto questo aspetto negli ultimi decenni l’Europa si sia sempre più impegnata ad affrontare problematiche etiche e individuare le possibili soluzioni. Questo va dagli ambiti della disciplina normativa per le molteplici aree di applicazione delle nuove tecnologie, come anche per i settori più avanzati della ricerca biomedica, e dalle problematiche della sicurezza alimentare fino ai nessi tra uso delle tecniche informatiche e trattamento dei dati personali.

Lo scenario delle questioni etiche è entrato nella gestione ordinaria degli organismi amministrativi e gestionali europei, non ultimo anche in rapporto alla sostenibilità etica nelle scelte d’impiego delle risorse economiche per la ricerca. Che cosa l’Europa può fare per l’etica sembra essere quindi il primo versante di interesse da considerare e qui la risposta non è certamente marginale.

La creazione di comitati centrali e periferici di consulenza etica (si pensi al più prestigioso tra questi organismi, quale il Gruppo europeo di etica, EGE) è un segno distintivo ed eloquente di quale alta considerazione il campo etico occupi nella consapevolezza dell’organizzazione e della gestione della macchina europea. E la spinta alla creazione di gruppi di esperti, a livello nazionale e regionale di marca equivalente va nella stessa direzione e comporta nel suo insieme una crescita di sensibilità per la domanda etica in quanto tale.

Tuttavia su questo primo piano di considerazione c’è seriamente da chiedersi se talvolta la maniera di trattare le questioni etiche, riducendole sostanzialmente a questioni procedurali, non porti alla lunga a una sorta di svuotamento dal di dentro della cifra etica dei problemi. Con cifra etica non mi riferisco a una realtà per la quale non basta la superficiale accomodazione delle regole di comportamento, ma che implica sempre di più una diversa dinamica di discorso interessato e attento a valori condivisibili, a dimensioni antropologiche e sociali sul cui sfondo in definitiva si gioca il destino di tante questioni riguardanti la nostra vita.

Qui c’è veramente da chiedersi se questi organismi europei impegnati sul campo etico non pongano l’asticella del discorso troppo in basso, ai livelli che, per la preoccupazione di non cadere in strettoie presumibilmente ideologiche, in realtà propaghino una cultura delle regole, disancorate in definitiva da visioni di vita, scelte preferenziali per temi sensibili e per soggetti vulnerabili.

L’illusione di quello che già tempo addietro veniva reclamato come «etica senza verità» dovrebbe portarci a pensare più decisamente a come coltivare piani di considerazione che non emarginano volontariamente e pregiudizialmente quello che potrebbe avere sentore di verità, quasi che queste siano sempre e solo armi violente e strumenti divisivi.

Pensare all’etica come una forma di sapere che non si ferma alla pragmatica delle buone regole, ma che disegna visioni di saggezza di vita potrebbe essere un reale contributo di quello che l’Europa può fare per l’etica. Anche e forse ancor più oggi.

Che cosa può fare l’etica per l’Europa?

Il secondo versante della nostra riflessione inverte i termini della domanda appena posta, pur senza prendere le distanze dalla sua provocazione. Chiedersi che cosa l’etica può fare per l’Europa parte dalla percezione di uno stato di crisi di essa, di una sorta di smarrimento del senso del suo esserci, non ultimo di una più o meno dichiarata inconsistenza del suo progetto originario.

Gli attacchi, latenti o frontali che siano, alla macchina amministrativa e gestionale degli organismi europei producono alla lunga una cultura del discredito che, anche quando facesse appello a necessarie riforme, in realtà nasconde piuttosto una volontà di erosione, per riaffermare manovre di rigurgito nella presunta beneficialità dei perimetri nazionali, tutelati da quello che viene identificato come rispetto della propria sovranità.

La strettoia dei particolarismi nazionalistici, la ricaduta nelle barriere divisorie di culture spinte all’isolamento, la perdita di senso per l’insieme, l’eclisse volontariamente postulata del riconoscimento dell’altro, nelle sue ricchezze, nelle sue peculiarità e nelle sue fragilità: tutto questo compone il quadro di un clima culturale grigio e invoglia a condotte di vita che possono tragicamente ripresentare il pericolo di emarginazione e di esclusione che, la storia ce lo insegna, porta solo a conseguenze disastrose.

L’etica ha a che fare con un disegno di opposta valenza rispetto a questo scenario di esclusione. L’etica è scienza inclusiva, è un sapere discorsivo intorno al senso dello stare insieme al mondo e intorno alle buone regole per poterne costruire la realizzazione. Essa vive di una duplice tensione che coniuga la sensibilità per il particolare con la visione delle potenzialità condivise. Quell’apertura all’universale, di cui l’etica si fa carico da sempre, non porta al livellamento delle peculiarità di soggetti, individuali o collettivi, derubandoli della loro singolarità, ma espande piuttosto tale singolarità, per via comunicativa, verso la condivisione con altri soggetti.

Certo non va nascosto che tanta parte della nostra tradizione etica occidentale si sia spesso attardata su una visione di universalità con una pretesa di lettura unica del fatto umano. La compattezza, talvolta addirittura l’ottusità, con cui essa ha fatto ruotare il discorso intorno al concetto di natura umana universale, ritenuta fonte di normatività per l’agire di tutti, sulla base di norme valide per sempre, non ha giovato a generare un quadro di riferimento che senza negare il portato specifico di storie di vita e di culture contestualizzate, fosse in grado di affermare i legami a vasto raggio, la condivisione oltre l’esclusione, la solidarietà senza il calcolo del proprio tornaconto.

Un diverso universalismo

Oggi l’etica sviluppa differentemente il tema dell’universalismo, senza la paura di quello che solo maldestramente viene denunciato come dittatura del relativismo.

Oggi l’etica sa meglio di ieri guardare al contesto e valorizzare le storie di vita dei singoli e dei popoli, senza per questo perdere di vista lo sguardo d’insieme. Tale insieme assume oggi nomi propri, sembianze concrete, si muove come appello universale al riconoscimento dell’altro, soprattutto della sua vulnerabilità e della sua indigenza. È quell’universale della solidarietà che mette in moto una nuova sensibilità per ciò che può e deve stare a cuore a tutti.

Globalizzare l’indifferenza porta a una frammentazione colossale, da cui può nascere solo egoismo strutturale. Globalizzare l’empatia, espandere la solidarietà oltre i confini della propria nazione rende invece capaci di costruire spazi comuni di vita buona.

L’etica ha in sé il germe di questo universalismo che oggi più di ieri serve anche all’Europa, per fare memoria delle sue vere tradizioni, per sanare le sue ferite e per uscire dalle sue crisi.

La domanda, quindi, della valenza etica del progetto Europa non è di poco peso. Ed è certamente decisiva per il futuro dell’etica e per il futuro dell’Europa.

 

 

Antonio Autiero* è stato docente di Teologia morale all’Università di Münster, ed è presidente del Comitato scientifico della Fondazione Lanza.

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