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Moralia Dialoghi

Piccoli atei crescono? I millennials e la fede

Quanto la fede religiosa (nelle varie forme in cui può esprimersi) ha ancora «cittadinanza» nelle nuove generazioni? Domande come questa sono al centro del prossimo Sinodo sui giovani e anche oggetto di alcune indagini recenti, tra cui quella dedicata alla situazione italiana, illustrata nel volume Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio? (Il Mulino 2016), da cui si possono trarre le seguenti tendenze.

Quanto la fede religiosa (nelle varie forme in cui può esprimersi) ha ancora «cittadinanza» nelle nuove generazioni, rappresenta una risorsa di rilievo per la vita, oppure è ormai ai margini dei loro sentimenti e attese?

L’eventuale domanda di senso è aperta ai messaggi offerti dalle religioni istituite, oppure il «fai da te» religioso è la cifra oggi più diffusa del rapporto dei giovani col sacro? In particolare, il sentire attuale dei giovani è in sintonia o meno col messaggio cristiano, e come reagisce al modo in cui esso vien proposto dalle Chiese e dalle comunità religiose locali? Inoltre, che ne è della trasmissione della fede? Rientra ancora nel passaggio del testimone tra genitori e figli, tra adulti e giovani, oppure si registra a questo livello una discontinuità generazionale che non ha precedenti nel passato?

Domande come queste sono al centro del prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani e anche oggetto di alcune indagini recenti, tra cui quella dedicata alla situazione italiana, illustrata nel volume Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio? (Il Mulino 2016), da cui si possono trarre le seguenti tendenze.

Senza Dio, ma non senza spiritualità

1. Anzitutto la sensibile crescita negli ultimi decenni della quota di giovani che si definisce in posizione atea o agnostica o palesa indifferenza circa la questione dell’esistenza di Dio, ritenendo di non aver bisogno di una «sacra volta» per dare un senso compiuto alla propria esistenza.

In Italia sono ormai oltre il 30%, mentre 15-20 anni fa erano meno della metà. Non siamo ancora ai livelli di altre nazioni europee (tipo Francia, Svezia, Germania, dove i giovani non credenti raggiungono il 50-60%), ma è indubbio che anche da noi lo scenario sta rapidamente cambiando.

Dentro quest’area vi sono posizioni assai diverse. A fianco degli «atei forti», la cui posizione è sorretta da specifiche motivazioni teorico-ideali o da ragioni «ideologiche» (tra cui il dissidio fede-ragione, fede-scienza, religione e progresso), vi sono i giovani che esprimono un «ateismo debole» o «pratico», caratterizzato da una scarsa riflessività su questi temi o dalla tendenza a uniformarsi alla cultura prevalente nel proprio ambiente di vita.

Non manca inoltre l’ateismo di matrice anti-religiosa o anti-clericale, tipico di quei giovani che negano Dio più per liberarsi di una religione ritenuta oppressiva e antimoderna che per una precisa presa di posizione sulle questioni di fede.

Occorre notare tuttavia che una parte dei giovani «senza Dio» o «senza religione» attribuisce un certo credito (perlomeno a livello ideale) all’istanza della spiritualità, interpretando però i valori dello spirito secondo un orizzonte immanente, capace di offrire armonia alla vita, di stare bene con gli altri, di riconciliarsi con la natura, esprimendo alcune forme di «sacralità» della vita stessa.

In altri termini, non tutto l’ateismo giovanile (sia esso convinto o pratico) esclude una domanda di spiritualità.

Il «credere relativo»

2. La condizione «credente» è ancora diffusa, ma anch’essa assai differenziata al suo interno. I giovani credenti «convinti e attivi» sono ormai ovunque una piccola e qualificata minoranza, che esprime una fede vitale e impegnata nelle comunità locali, a seguito di esperienze positive vissute in famiglia e negli ambienti ecclesiali.

Ma nell’insieme dei giovani «credenti» prevalgono – come già succede per la popolazione adulta – quanti esprimono una fede in Dio più tenue o incerta, com’è tipico di coloro che mantengono un’identità cristiana più per motivi culturali o etnici che spirituali, ritrovando a questo livello un riferimento che offre sicurezza in una società sempre più precaria.

Si delinea in tal modo una religiosità più delle intenzioni che del vissuto, che rappresenta più una «memoria remota» che un criterio attivo di vita. Sembra questo il profilo di chi è «religiosamente connesso senza essere religiosamente attivo»; che tuttavia pare ancora ammettere l’esistenza di una «sacra volta» sopra di sé, cui potersi ancorare in particolari circostanze, quando si è interpellati dalle questioni decisive della vita.

L’incertezza del credere è comunque un tratto religioso oggi assai diffuso, che sta contagiando gli aderenti di tutte le fedi religiose, forse con l’unica parziale eccezione dei seguaci dell’islam.

La fede dei giovani credenti è più incerta e dubbiosa di quella espressa dalle generazioni del passato, riflette maggiormente le vicende altalenanti della vita, gli stati d’animo del momento. Insomma, si tratta di una fede non data per scontata, esposta a continue domande e ripensamenti, non esente da sintomi di scetticismo.

Questo «credere relativo» sembra un prodotto dello spirito del tempo, un segno che anche a livello religioso si registra quella precarietà del vivere che è un tratto tipico dell’epoca attuale.

«Non la penso come te, ma ti capisco»

3. Questa diffusa compresenza (nella società e nei gruppi amicali, ma anche sovente nei rapporti di coppia) di credenti, non credenti e «diversamente credenti», più che generare tensioni e conflitti sembra favorire – a certe condizioni – situazioni di reciproco riconoscimento. Ciò vale in particolare quando si è di fronte da un lato a un ateismo o a un agnosticismo dal volto più umano, non arrogante, né presuntuoso; e dall’altro a una credenza religiosa più dialogante che fanatica.

Vi sono certamente dei giovani atei dalle convinzioni granitiche, assai ostili e tranchant nei confronti delle Chiese o della religiosità tradizionale, che perlopiù non comprendono e anche denigrano la fede religiosa di quanti la professano.

Ma a fianco di essi si contano non pochi giovani che pur definendosi «senza Dio» e «senza religione» ritengono sia plausibile credere e avere una fede religiosa anche nella società contemporanea, pur se la cosa non li riguarda. Negano quindi l’assunto che sia anacronistico credere in Dio nell’epoca attuale.

Si tratta di una posizione curiosa. Pur sufficientemente convinti delle proprie scelte, sono consapevoli che altri possono operare delle opzioni diverse sulle questioni fondamentali della vita. Per contro, tra i giovani credenti (anche convinti e attivi) non mancano quelli che riconoscono quanto sia difficile professare una fede religiosa nella società plurale. Insomma, gli steccati tra il credere e il non credere sembrano incrinarsi in una generazione abituata a soppesare i pro e i contro di ogni opzione e a ritenere legittime le scelte che ogni individuo compie in modo consapevole, anche se diverse dalle proprie.

La fede ritenuta plausibile (anche da vari non credenti) è dunque quella più frutto di scelta che di destino, capace di fornire risposte vitali all’esistenza. Quindi non una fede imposta dalla famiglia o da ambienti religiosi asettici, che l’individuo si ritrova come bagaglio della vita senza averne maturato adeguata consapevolezza.

Molti giovani ammettono che anche nelle società più dinamiche può essere ragionevole credere in Dio e avere una fede religiosa, ma… «a precise condizioni» (di libera scelta, di coerenza, di coscienza). Va da sé che questo credito alla fede religiosa può essere più ideale che fattuale, più frutto di un ragionamento astratto che di un effettivo impegno di vita.

Un’autocritica per le Chiese?

4. Circa il passaggio o meno del testimone della fede, emerge che è più facile trasmettere da una generazione all’altra la «non credenza» o una «credenza debole» che un orientamento religioso più impegnato. Ciò in quanto nelle famiglie in cui i genitori sono atei o agnostici i figli tendono perlopiù ad allinearsi a queste posizioni; mentre nei nuclei in cui i genitori sono più coinvolti in una fede religiosa la maggior parte dei figli tende a distanziarsi da questo orientamento.

Ciò non toglie, tuttavia, che i giovani più attivi e convinti dal punto di vista religioso siano quelli che hanno alle spalle famiglie credenti impegnate ed esperienze religiose significative.

Nella maggior parte delle nazioni più sviluppate è in sensibile aumento la quota di giovani cresciuti senza aver ricevuto una formazione religiosa, come figli di famiglie non credenti; per cui la loro distanza da Dio e dalla religione sembra perlopiù dovuta a «ragioni di nascita».

In altre nazioni, invece, come in Italia, i giovani oggi «senza Dio» o «senza religione» hanno perlopiù avuto una socializzazione religiosa negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, fatta di presenze al catechismo, di frequenza della parrocchia o delle comunità religiose locali, di momenti di divertimento e di riflessione umana e spirituale.

In questi casi, dunque, si tratta di atei o agnostici o di indifferenti alla religione non «per nascita», ma perché a un certo punto della loro biografia si sono distaccati da questi ambienti e proposte per vari fattori: perché tali esperienze non hanno lasciato una particolare traccia nella loro vita, o perché continuando gli studi hanno scoperto altre visioni della realtà e maturato diversi orientamenti, o a seguito dello sconcerto di fronte ad alcune Chiese ritenute rigide nel campo della morale e nello stesso tempo attraversate al proprio interno da gravi scandali; fors’anche per l’incapacità delle Chiese stesse di proporre un discorso sull’uomo, sulla natura, sulla vita sociale, che sia significativo per la coscienza moderna.

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